CAPORALATO, PARTE A LECCE NUOVA INDAGINE. COINVOLTA ANCHE AZIENDA EMILIANA TRASFORMAZIONE POMODORO. SAGNET: IL VERO “CAPORALE” E’ LA GDO

All’indomani della prima condanna in Italia per riduzione in schiavitù, il caporalato è ancora vivo e vegeto e vedrebbe coinvolta anche una grossa azienda conserviera emiliana. Un fenomeno che chiama in causa tutti, anche i consumatori

 

Sarebbe coinvolta anche una grossa azienda emiliana di trasformazione del pomodoro nelle indagini tuttora in corso della Procura di Lecce, in seguito alla morte, nel 2015, del sudanese Mohammed Abdullah mentre era impegnato nella raccolta del pomodoro in un campo nei pressi di Nardò (Lecce).

Le indagini della Procura leccese, questa volta, non si sono concentrate soltanto su ciò che avviene nei campi ma avrebbero seguito il pomodoro dal Salento fino alla sua destinazione finale: non una piccola azienda locale, bensì una delle più importanti realtà conserviere italiane, con una rete di distribuzione amplissima.

 

In attesa della conclusione delle indagini, questa notizia sembra allargare le maglie di un fenomeno che, a quanto pare, chiama in causa molti soggetti lungo tutta la filiera, perfino il consumatore finale. Un fenomeno per sua natura perlopiù sommerso, che stando ad alcuni dati molto approssimativi dell’ultimo (2016) rapporto sulle agromafie della Flai-Cgil, coinvolge 80 distretti agricoli da Nord a Sud e oltre 400.000 lavoratori agricoli, non sempre extracomunitari, ma anche di altre parti d’Europa e persino italiani. Il danno economico conseguente si aggirerebbe tra i 3,3 e i 3,6 miliardi di euro.

Che il caporalato sia il sintomo di un male più diffuso lo dicono anche alcuni dei protagonisti della lotta al caporalato, in Puglia e non solo.

Uno di loro è Yvan Sagnet, il giovane camerunense che nel 2011, per pagarsi gli studi di ingegneria a Torino, andò a lavorare nelle campagne salentine e lì si mise alla testa della rivolta dei braccianti di Boncuri, nei pressi di Nardò, sfociata poi nel processo Sabr.

Sagnet, nominato nel frattempo cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella, punta il dito senza mezzi termini contro le industrie di conservazione e distribuzione: “Il vertice della piramide è la grande distribuzione organizzata. È da lì che parte il sistema che condiziona ciò che avviene lungo tutta la filiera”, spiega ad AGRICOLAE. Un sistema “perverso”, secondo lui, perché ribalta i normali meccanismi di mercato: “Non è il produttore a indicare al compratore il prezzo, ma il contrario. È il compratore a dire al produttore a quanto deve vendere la sua merce”. Sono questi soggetti, le multinazionali, i veri “generali che comandano nelle città, come i caporali dettano legge nelle campagne”.

Di fronte a questo diktat al ribasso, le piccole e medie imprese agricole non ce la fanno a reggere sul mercato e sono costrette a tagliare i costi innanzitutto del lavoro: “Come fa il produttore di Foggia, per esempio, a vendere i suoi pomodori a otto centesimi al chilo? Perché è quello il prezzo previsto per quest’anno. Con otto centesimi non si paga nemmeno la benzina per i trasporti…”. E se il produttore non ci sta? “Comprano i pomodori dalla Cina, salvo poi mettere il marchio italiano sul prodotto trasformato. La maggior parte della gente non lo sa, ma il 40% dei prodotti italiani è in realtà di provenienza straniera”.

Per questo il suo progetto, con la rete internazionale anti-caporalato No Cap, è costruire una filiera alternativa, con un proprio marchio, che rispetti criteri ben precisi di qualità, di lavoro etico, di decarbonizzazione (con l’utilizzo di energie rinnovabili nei campi), di filiera corta e di informazione ai consumatori. Un progetto che aveva proposto di inserire come meccanismo di prevenzione anche nella legge anti-caporalato. Quella proposta è caduta nel vuoto, a suo dire, “perché il governo ha ceduto alla tentazione dell’ultraliberismo”.

Fino a quando le dinamiche rimarranno queste, dice il giovane, “potremo arrestare cento o duecento caporali, ma non cambierà nulla. Non deve essere certo un alibi, perché il caporalato va combattuto. Ma bisogna capire che è lo strumento accessorio di uno sfruttamento che parte da molto più lontano”.

Stupisce un po’ sentirlo dire proprio da lui, che mettendosi alla testa della protesta di Boncuri ha contribuito non poco ad accendere i riflettori su un fenomeno antico quanto sommerso delle campagne italiane. Proprio quei riflettori hanno portato al processo Sabr, conclusosi con la sentenza storica della Corte d’Assise di Lecce che ha decretato tredici condanne, undici delle quali per riduzione in schiavitù, per i fatti avvenuti a Boncuri tra il 2009 e il 2011. Nel processo si sono costituiti, tra gli altri, otto braccianti (tra cui Sagnet) e sono stati condannati imprenditori salentini e caporali stranieri.

 

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, che saranno rese note entro tre mesi dalla conclusione del processo, AGRICOLAE  ha avuto dalla Procura di Lecce qualche chiarimento sulle indagini e sulla decisione finale della Corte.

A partire dal collegamento tra il processo Sabr e il principio di intermediazione illegale, ossia il caporalato. Sebbene la condanna sia arrivata per la riduzione in schiavitù (oltre che per l’associazione a delinquere), la sentenza del processo Sabr viene associata al caporalato perché tutte quelle condotte ascrivibili sia ai datori di lavoro sia agli intermediari stranieri possono essere riportate oggi alla fattispecie del cosiddetto caporalato, ossia al 603 bis, per come è stato modificato nel 2016. La novità rivoluzionaria introdotta lo scorso anno, peraltro, è la possibilità di addebitare il reato direttamente al datore di lavoro, cioè a chiunque “utilizza, assume o impiega manodopera […] sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno”.

Il reato, tuttavia, è stato introdotto per la prima volta nel settembre del 2011, cioè dopo il periodo coperto dalle indagini (dal 2009 ad agosto 2011). Oggi quei soggetti sarebbero sicuramente condannati anche per caporalato.

Insomma, il caporalato è solo un gradino di una scala di sfruttamento che mette in campo precise dinamiche e mezzi illegali e che arriva, appunto, fino alla riduzione in schiavitù. Il principio su cui si fa perno, seguendo la legislazione europea, è quello della vulnerabilità della vittima. E nel caso in questione la vulnerabilità era massima, tanto da far sostenere alla Procura che quelle persone erano vittime di tratta: erano i classici soggetti, perlopiù tunisini e ghanesi, su cui i trafficanti e gli intermediari concentrano di solito la loro attenzione, attirandoli con la promessa di posti di lavoro regolari, in questo caso in Sicilia, per la raccolta dei pomodori. Introdotti in Italia con costi altissimi, scoprivano poi che il permesso di lavoro era falso e si ritrovavano indebitati, senza lavoro, con la spada di Damocle dell’accusa di immigrazione clandestina e senza conoscere minimamente il territorio. Interrogati, non sapevano dire nemmeno se fossero sbarcati a Catania, a Ragusa o in quale altra città. Non potevano fare altro che rimanere invisibili e lasciarsi portare, con la promessa di un guadagno, nelle campagne del Salento e nell’ormai celebre Boncuri. Si ritrovavano così a sostare davanti alla stazione di benzina o al bar Neretum di Nardò offrendosi ogni giorno come una merce per un po’ di lavoro.

I continui spostamenti di questi lavoratori – sia per sfuggire ai controlli sia per esigenze di raccolte stagionali – li rende peraltro ancora più vulnerabili ed è al tempo stesso l’anello debole nel perseguire questo tipo di reato.

Lo evidenzia non soltanto la Procura, ma anche Valentina Fragassi, segretaria generale della Cgil Lecce, impegnata, insieme al sindacato di categoria, la Flai, nella lotta contro il caporalato. “Il caporalato – spiega ad AGRICOLAE - è un fenomeno in movimento, e non mi stanco mai di ripeterlo. Se si interviene su Nardò, ad esempio, è normale che chi agisce nell’illegalità, come i caporali, ma anche i lavoratori senza permesso di soggiorno, si sposti e vada in altri latifondi. Anche per questo è indispensabile un’organizzazione ramificata tra lavoratori, sindacato, datori di lavoro, istituzioni, con la regia della Prefettura a tenere sotto controllo il territorio”.

Il processo Sabr, come spiega la Procura, è servito a dimostrare appunto che le gravi condizioni di sfruttamento seguono in genere i lavoratori, indipendentemente dal luogo in cui si trovano: Nardò, la Sicilia o qualsiasi altro posto. Dovunque, i braccianti venivano trasportati come bestie a loro spese, costretti ad acquistare l’acqua e il cibo dei caporali a prezzi esorbitanti rispetto alla paga di 20 euro al giorno per dodici ore di lavoro, e fatti alloggiare in veri e propri ghetti lontani dai centri abitati per evitare contatti con il territorio.

Quello della deliberata mancanza di integrazione con il territorio come strategia per favorire lo sfruttamento e l’intermediazione illecita è uno dei tasti su cui batte molto Fragassi. Una delle proposte sue e del sindacato nel Protocollo firmato presso la Prefettura di Lecce il 28 luglio scorso, insieme a istituzioni, rappresentanti dei lavoratori e parti datoriali e sociali, è l’affitto di alloggi a prezzi calmierati per i lavoratori immigrati. Su questo punto, però, Valentina Fragassi non nasconde il rammarico per il ‘no’ ricevuto dal Comune di Nardò: “Il sindaco Mellone ci ha detto che era costretto a rifiutare la nostra proposta perché non ci sono case sfitte da destinare a quest’uso. Ne prendiamo atto. Ma secondo me va fatta una ricognizione più approfondita. Anche perché la logica del ‘portatelo a casa tu l’immigrato’ può allargarsi anche ad altri settori”.

Il bene giuridico tutelato dalla norma, del resto, come ricorda la Procura, riguarda i delitti contro la persona. E, volendo leggerlo a maglie larghe, questo tocca direttamente lo stesso mondo datoriale: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro vogliono dire infatti anche concorrenza sleale, sfalsamento del mercato, insomma chiusura di tutte le aziende in regola. Non è un caso che nel territorio di Nardò, ad esempio, le imprese che hanno continuato a operare negli anni siano quelle che hanno ceduto a queste pratiche.

Un sistema che, anche alla luce dell’operazione anti-caporalato del 27 luglio scorso (due settimane dopo la sentenza Sabr) compiuta dai carabinieri presso quella stessa Boncuri divenuta simbolo della protesta, sembra rimanere in piedi, nonostante tutto.

Anche su questo Yvan Sagnet non usa giri di parole: “A Nardò sono sempre gli stessi a vendere i loro prodotti. Non voglio fare nomi, ma anche se cambiano i nomi non cambia la sostanza. Del resto il fenomeno del prestanome è molto diffuso in questo paese. È un meccanismo di copertura complesso che consente di continuare con le stesse modalità di prima. E le aziende continuano a fare affari”.

A Nardò e in tutto il territorio neretino, dice Sagnet, “il caporalato c’è ancora e continua la sua opera. Qualcuno mi dovrebbe spiegare come fanno questi autisti – qualcuno li chiama così ma sono caporali – a sapere in quale campo portare i lavoratori, vista la vastità del territorio, se non c’è un datore di lavoro che indica esattamente dove e quando trasferirli. Non esiste né trasporto pubblico né privato, e chi li accompagna non lo fa certo gratis ma esigendo dai lavoratori circa cinque euro per corsa (su una paga di 20 euro). Quindi sono a tutti gli effetti dei caporali”.

L’imposizione del trasporto dal luogo in cui si alloggia alle campagne ai prezzi imposti dai caporali è uno dei nodi da sciogliere per indebolire il potere degli intermediatori illegali: “Se non garantiamo noi dei trasporti è normale che chi è lì si rivolga ai caporali”, dice Fragassi. “Per questo lo abbiamo inserito nel Protocollo e le stesse associazioni datoriali ci hanno aiutato a mappare i latifondi per individuare i percorsi e così realizzare delle linee di trasporto ad hoc per i lavoratori stagionali”.

La “presenza fisica” nelle campagne e nei luoghi in cui i lavoratori vivono, molto spesso in condizioni igienico-sanitarie degradate, in tende o in ghetti isolati, è un’esigenza che mette in rilievo la segretaria Cgil, ma che anche per la Procura è fondamentale. Se fino a poco tempo fa, infatti, le associazioni non governative svolgevano un ruolo prezioso di presidio e di mediazione culturale, che spesso convinceva le vittime, come in altre attività criminali, a collaborare con le autorità, oggi di quelle associazioni, sul territorio, ne sono rimaste ben poche. Risultato anche di scelte politiche e di tagli dei fondi.

Secondo Sagnet, tuttavia, “dovrebbe essere innanzitutto il sindacato a tutelare i lavoratori. Sono i sindacati che devono lottare per i diritti del lavoro, attraverso gli scioperi e altre azioni simili sul territorio. Anche perché i padroni continuano a lottare, con mezzi leciti e illeciti, per tutelare se stessi. Invece questo è un ruolo che negli ultimi anni i sindacati hanno abbandonato per imboccare altre strade”.

A sentire Fragassi, però, non sembra così. Con la campagna “Ancora in campo”, ad esempio, la Flai-Cgil porta assistenza ai lavoratori nei campi, con acqua, cappelli, ecc., oltre che svolgere un’attività di presidio. Ma “accanto a questa azione il sindacato vuole incidere in modo diverso sul fenomeno, raccordandolo ad esempio al tema dell’immigrazione. Per questo lancerà, primo esperimento in Italia, un progetto con Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria). Perché siamo convinti che laddove c’è un’emergenza, in questo caso di integrazione, là ci sia sempre l’ombra dello sfruttamento, o quantomeno del reclutamento. Innovativa è anche l’idea di sfruttare i fondi europei Fesr e Fsr per realizzare le attività di contrasto al caporalato previste dal Protocollo”.

“Un protocollo è solo il punto di partenza ovviamente”, dice Fragassi, anche perché – come rilevato anche da Sagnet e dalla Procura –, “il caporalato è un fenomeno non soltanto criminale, ma culturale, economico e sociale”.

“Noi comunque”, dice la segretaria della Cgil Lecce, “siamo ancora nei campi, e ci saremo per tutto il mese di agosto, finché non vedremo ridursi i casi di caporalato”.

Valentina Nicoli

 

 

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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