CETA, ECCO COSA NE PENSANO GLI ALTRI PAESI. DUBBI E VANTAGGI. EXPORT UE +24% MA A RISCHIO 200MILA POSTI LAVORO

Dopo la pausa estiva il Senato italiano voterà per la ratifica del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Canada che ha visto ufficialmente la luce a ottobre scorso con la firma delle due parti in causa.

Percorso travagliato quello del Ceta, che dopo sette anni di negoziati è stato sul punto di affondare definitivamente a ottobre a causa, almeno ufficialmente, dell’opposizione dei valloni in Belgio, per poi essere infine approvato dal Parlamento europeo il 15 febbraio 2017, con 408 voti a favore e 254 contrari.

La strada del Ceta, tuttavia, è ancora lunga. Come per tutti i trattati di questo tipo, le regole Ue prevedono che esso debba essere ratificato dai 28 Stati membri dell’Ue per poter entrare effettivamente in vigore (una procedura che una commentatrice dell’inglese Guardian ha definito “vetocrazia localistica”). A oggi è stato ratificato solo da Lettonia, Danimarca, Croazia e Spagna.

Eppure il 9 luglio, a Bruxelles, il primo ministro canadese Justin Trudeau, convinto sostenitore del Ceta, e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker hanno rilasciato una dichiarazione congiunta con cui si sono impegnati a far partire “provvisoriamente” l’accordo a partire dal prossimo 21 settembre.

In quale forma il Ceta prenderà il via a partire da settembre non è ancora del tutto chiaro. È possibile però che questa dichiarazione di intenti metta per il momento da parte uno degli aspetti più controversi di questo accordo, e degli altri suoi consimili, se è per questo: il sistema internazionale di risoluzione delle controversie che consente a una compagnia straniera di ricorrere a un tribunale terzo per far valere i propri diritti ritenuti lesi dalle decisioni degli Stati firmatari. Era stato uno dei nodi più scottanti del TTIP, l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti andato in soffitta con l’elezione di Donald Trump.

Come per il TTIP, anche in questo caso l’arbitrato ha scatenato feroci proteste a livello internazionale tra i cittadini, i movimenti, i sindacati e gli stessi partiti politici, che vedono in questo sistema una forte limitazione della sovranità nazionale e una forma di pressione preventiva delle multinazionali sulla libertà degli Stati di legiferare nell’interesse pubblico, nonostante le rassicurazioni in tal senso del commissario europeo per il Commercio Cecilia Malmström.

Per superare questo ostacolo, che potrebbe rivelarsi fatale, il progetto è quello di abbandonare la tradizionale formula degli ISDS (Investor-State Dispute Settlement) e di creare un tribunale permanente, simile alla Corte di giustizia europea, composto da 15 giudici professionisti nominati da Ue e Canada, le cui audizioni saranno pubbliche e al quale sarà possibile ricorrere in appello.

Malgrado questa soluzione, però, le critiche continuano a risuonare forte, cosicché, come rilevato dal quotidiano canadese Toronto Star, Ue e Canada hanno deciso di rimandare la questione a tempi migliori.

Secondo il Financial Times, in realtà, il tema degli arbitrati dovrebbe essere messo nel cassetto a tempo indefinito, per concentrarsi sulla piena attuazione di un accordo che, a detta del quotidiano britannico, può diventare il vero ago della bilancia del progetto europeo. Con la virata protezionistica di Trump, infatti, l’allargamento dell’Unione europea ad altre partnership (l’Ue ha siglato di recente un accordo anche con il Giappone) potrebbe salvare i mercati europei e arginare le spinte “populiste”, come le definisce il Ft, e antiglobalizzazione che sembrano prevalere in questo momento dentro e fuori dall’Ue (tra cui la stessa Brexit).

Arbitrati a parte, i promotori e i sostenitori del Ceta insistono sui tanti benefici che l’accordo porterebbe all’economia e alle imprese europee, grazie innanzitutto all’abbattimento di oltre il 98% dei dazi tra Ue e Canada (dal quale sarebbero escluse le carni bovine e suine), alla garanzia di protezione ulteriore per circa 145 prodotti tipici europei, all’accesso alle gare per gli appalti pubblici (con l’esclusione di alcuni settori come sanità, istruzione e trasporti) e all’armonizzazione delle regole in materia di sicurezza alimentare e ambiente verso i più stringenti standard europei.

Secondo alcune stime ufficiali europee, entro qualche anno dall’entrata in vigore dell’accordo le entrate annuali per l’Ue aumenteranno di quasi 12 miliardi di euro, con un incremento complessivo delle esportazioni di oltre il 24%.

Questi numeri non bastano a convincere i detrattori internazionali del Ceta, considerato, tra le altre cose, un pretesto per consentire i flussi incontrollati dei capitali finanziari, e un “cavallo di Troia” per le multinazionali americane, molte delle quali possiedono filiali in Canada, come evidenziato dal Global Research – Centre for Research on Globalization.

Sul fronte agricolo uno dei timori delle associazioni di categoria non soltanto italiane ma anche di altri paesi, tra cui in prima fila quelle spagnole, è che la garanzia di protezione rimanga solo sulla carta e che i mercati siano inondati dalle produzioni delle aziende canadesi, di dimensioni più grandi, con una maggiore capacità di penetrazione oltreoceano e con standard in materia di sicurezza alimentare indubbiamente diversi da quelli europei. Non a caso il settimanale tedesco Spiegel titola “Basta che non ci sia un nuovo pollo al cloro”, evocando uno dei simboli degli oppositori del defunto TTIP.

Nel caso del Ceta, il nuovo pollo al cloro potrebbe essere, per esempio, il “grano al glifosato”, come rilevato dalla stessa testata canadese Cbc, che mette in luce come in realtà la vera paura, in particolare per gli agricoltori italiani, sia l’invasione del grano canadese (d’altro canto necessario per i produttori di pasta), con il conseguente abbattimento dei prezzi di quello italiano.

Uno dei settori rispetto ai quali dietro le rassicurazioni diplomatiche si celano le diffidenze europee è quello caseario. Come ricordano la Reuters e altre testate, tra cui il canadese Globe and Mail, l’Ue non sarebbe stata rassicurata dalle modalità con cui il Canada intende aprire il proprio mercato a una quota ulteriore di formaggi europei pari a 17.700 tonnellate. Stando ad alcune fonti ufficiali europee anonime citate dalla Cbc, proprio questo nodo, insieme a quello sui brevetti farmaceutici, sarebbe stato alla base del differimento dell’entrata in vigore del Ceta, previsto per il 1° luglio e rimandato invece al 21 settembre. Stando a una fonte vicina al ministro del Commercio canadese, Francois-Phillippe Champagne, citata dalla Reuters, l’assegnazione delle quote sui formaggi potrebbe essere fissata entro quella data.

I timori in campo agricolo riverberano in modo speculare anche al di là dell’oceano, anche se nel complesso l’atteggiamento dei canadesi sul buon esito dell’accordo sembra essere più ottimista rispetto a quello europeo. Atteggiamento che si riflette anche sulla copertura mediatica del processo negoziale. Brian Innes, presidente della Canadian Agri-Food Alliance, rileva che si tratta di un accordo indubbiamente vantaggioso per le imprese canadesi, nonostante i nodi ancora da sciogliere, soprattutto rispetto al grano, alle tecniche di lavorazione delle carni bovine e suine e in generale alle diverse concezioni in materia di sicurezza alimentare (Ogm compresi).

L’altro grande spettro che si aggira per l’Europa a causa del Ceta è la disoccupazione: stando ad alcuni ricercatori, e come riferito da diverse testate tra cui l’inglese Independent e lo spagnolo El Diario, questo accordo porterebbe alla perdita di circa 200.000 posti di lavoro. Nel migliore dei casi, dicono, comporterebbe un abbassamento degli standard lavorativi verso quelli canadesi, improntati a un più marcato liberismo.

Sul fronte ambientale, poi, una delle voci più citate è quella dell’economista francese Thomas Picketty, il quale ha messo in guardia sul fatto che nelle 1600 pagine dell’accordo sul Ceta non vi siano chiare garanzie in materia. Per alcuni il pericolo maggiore è l’introduzione, per la prima volta in Europa, delle sabbie bituminose (da cui si estrae il petrolio grezzo), di cui il Canada è uno dei principali produttori.

Proprio per fare luce sull’eventuale impatto del Ceta sulla salute e sull’ambiente il primo ministro francese Edouard Phillippe ha da poco istituito una commissione di nove saggi incaricati di studiare il dossier. Secondo l’organizzazione no global Attac e secondo gli eurodeputati socialisti francesi, tuttavia, la commissione sarebbe in realtà solo una mossa mediatica del presidente Emmanuel Macron. Un dato è certo: a oggi la Francia non ha ancora ratificato l’accordo, come del resto non lo ha ratificato la Germania.

E se gli eurodeputati di altri paesi hanno votato abbastanza compatti a favore dell’accordo con il Canada al Parlamento europeo, i socialisti francesi hanno votato compatti contro il Ceta.

Spaccature a sinistra che si sono evidenziate anche in altre modalità. In Spagna, a tenere banco è stata la clamorosa decisione del Psoe di Pedro Sánchez di astenersi dal voto alla Camera con cui il 29 giugno scorso è stato approvato il Ceta. Ancora più clamorosa alla luce del voto unitario dei socialisti spagnoli in sede europea a favore dell’accordo. Per molti quotidiani spagnoli la scelta di Sánchez è stata dettata non da una posizione critica di principio verso il Ceta ma dal tentativo di riposizionare più a sinistra il Psoe e avvicinarlo a Podemos per riconquistare una fetta più ampia di consenso. Alla luce di questa “inversione di rotta” del partito socialista spagnolo spicca ancora di più la posizione favorevole verso il Ceta espressa dal principale quotidiano spagnolo, El País, tradizionalmente più vicino al Psoe che non al conservatore Partido Popular. In un articolo dal titolo “Il valore geopolitico del Ceta”, si legge infatti che “il trattato tra Ue e Canada è un buon accordo per governare la globalizzazione”. In questo senso il giornale fa eco alle dichiarazioni del socialista francese Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari. Precisando che non avrebbe votato il Ttip ma il Ceta sì, Moscovici ha detto che “si tratta dell’accordo più progressista nella storia dei trattati firmati dall’Ue”. Evidentemente i colleghi dell’europarlamento non erano dello stesso avviso.

In Germania, nonostante le supposizioni del Times, secondo cui Angela Merkel sarebbe “scettica, soprattutto per le ripercussioni dell’accordo sui cambiamenti climatici”, la cancelliera tedesca pare esserci lasciata convincere dai “sunny ways” (come li chiamano i canadesi) di Trudeau, dal suo modo di fare solare e propositivo. Forse perché, come scrive l’Independent, “l’Europa nell’era di Trump e della Brexit ha bisogno di amici, di partner, di reti solide”. Ecco perché la visita di Trudeau in Germania e in Francia, scrive il quotidiano, era così importante: “Non è che la Merkel si sia davvero lasciata catturare dalle doti ipnotiche di Trudeau. È solo felice che il Ceta sia un po’ più facile da vendere, ora che Trump è alla Casa Bianca. E ha ragione a sentirsi sollevata. Non sono tempi in cui si può essere esigenti come un qualsiasi cittadino europeo. Non per tutte le battaglie vale la pena combattere”.

di Valentina Nicolì

 

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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