CONFAGRICOLTURA E. ROMAGNA: CAMBIAMENTI CLIMA METTONO A RISCHIO ANNATA CEREALICOLA

Trebbiatura quasi ultimata e Confagricoltura

regionale fa il bilancio dell’annata cerealicola (piuttosto deludente) per

dare una salutare sferzata al comparto in vista della campagna 2019-2020.

«Con questi chiari di luna – sottolinea la presidente Eugenia Bergamaschi –

è evidente che non possiamo più permetterci di coltivare cereali senza

seguire la coltura fin dall’inizio, sfruttando le tecniche e gli strumenti

innovativi a disposizione. C’è un solo modo per contrastare l’effetto del

climate change e confermare l’Emilia-Romagna – continua l’imprenditrice

modenese - seconda regione d’Italia per produzione di cereali con circa

260.000 ettari coltivati, in crescita del 3-4% rispetto all’anno precedente:

più agronomia (incluse le lavorazioni del terreno per facilitare il deflusso

delle acque) e specializzazione (precision farming, digitalizzazione e big

data); attenzione alla scelta varietale; seme certificato e concia di

qualità». Poi avverte: «Il prezzo non si governa, però possiamo aumentare la

resa produttiva quindi la PLV-produzione lorda vendibile, riducendo i costi

e migliorando la qualità, attraverso investimenti mirati finalizzati a

integrare innovazione e competitività. Il che significherebbe recuperare

un’adeguata marginalità». L’associazione degli imprenditori agricoli lancia

così un messaggio ai produttori di cereali, per lo più scoraggiati dal

pessimo risultato 2019. Il cambiamento climatico ha minato la stagione

cerealicola, soprattutto nei primi giorni di maggio con piogge intense e

grandinate accompagnate da forti raffiche di vento e con temperature

notevolmente sotto la media stagionale; gli stessi fenomeni hanno

interessato il territorio, a macchia di leopardo, anche da fine giugno a

metà luglio.

Tutto ciò ha determinato una drastica riduzione della resa su una

superficie complessiva di 260.000 ettari coltivati così suddivisi: 176.000

ha a tenero (cioè un 7% in più rispetto al 2018); 60.500 ha a duro e 23.500

ha a orzo. Di cui 67.500 ha nella provincia di Ferrara e 58.000 ha in quella

di Bologna; segue Ravenna con 31.500 ha e Piacenza e Modena con

rispettivamente 26.500 e 25.500 ha. Poi Forlì-Cesena e Rimini con 20.000 ha;

Parma, 17.000 ha e Reggio Emilia, 14.000 ha.

«È un bilancio pesante per il comparto cerealicolo regionale. Il frumento

duro ha registrato nell’anno un calo produttivo vicino al 25%; più contenuta

la flessione del tenero pari al 15% (approssimativamente le varietà precoci

sono andate meglio delle tardive). In netta controtendenza si è attestato

l’orzo che è cresciuto del 10-15%. Parentesi nefasta, poi, per il grano

biologico con una perdita di PLV fino al 90%» precisa nel dettaglio Lorenzo

Furini, presidente dei cerealicoltori di Confagricoltura Emilia Romagna.

L’analisi articolata fa riferimento alle diverse colture cerealicole e

relative rese per ettaro: «L’allettamento del frumento duro nella delicata

fase della fioritura (un danno che ha colpito il 7% circa della superficie

regionale), ha pressoché azzerato la produzione in quell’area; nel complesso

il peso specifico è stato inferiore alla media dell’anno scorso a causa

degli allettamenti avvenuti nelle successive fasi fenologiche; infine

l’eccesso idrico ha spinto la diffusione di varie patologie fungine (in

particolare fusariosi e volpatura), con ripercussioni sulla destinazione

finale del prodotto e probabili svalutazioni economiche in relazione alla

classe merceologica di riferimento. La resa del frumento duro si è fermata

mediamente a 50-55 quintali a ettaro contro i 70 del 2018. Anche per il

tenero è diminuita nell’anno da 75-80 a 65-70 q/ha. Inoltre c’è il rischio

che le varietà a seme affette da patologie fungine come il “Fusarium nivale”

danneggino persino le prossime semine». Il dirigente di Confagricoltura, con

azienda cerealicola in provincia di Ravenna, ribadisce quindi che sarà

fondamentale utilizzare seme certificato e proveniente da conce industriali.

E conclude con una nota di merito, «un plauso alle strutture di stoccaggio

che hanno suddiviso al meglio partite così disomogenee in funzione delle

diverse caratteristiche qualitative».

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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