GIORGIO MERCURI: OGNI AZIENDA SA QUALE E’ IL SUO “CHILOMETRO GIUSTO”

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-2Il Natale appena trascorso ci ha lasciato la poco incoraggiante fotografia di consumi alimentari ancora al palo, con una generale contrazione di spesa che non ha risparmiato neanche il cibo.

Fin troppo scontate le letture e i moniti a commento. Ribadire che l'agroalimentare italiano ha bisogno di più export, che dobbiamo assolutamente riuscire a incrementare la quota di esportazioni dei nostri prodotti d'eccellenza. Ammonire che l’export è forse l’unica strada per la sopravvivenza di tante nostre aziende. Ricordare che la Germania, che non ha la nostra tradizione alimentare, è in grado di portare fuori dai propri confini una quota di prodotti alimentari maggiore della nostra…

La cooperazione agroalimentare, che già diversi anni fa aveva intuito le grandi potenzialità derivanti dall'export, da tempo sollecita le aziende associate ad accrescere le proprie dimensioni, anche mettendosi insieme, per riuscire ad avere le strutture e il know how adeguati a conquistare nuove fette di mercato fuori dai nostri confini. Ogni volta infatti che si analizzano i fatturati delle aziende agroalimentari, si scopre puntualmente che dal vino ai formaggi, passando per l'ortofrutta, a registrare i trend più virtuosi sono proprio quelle aziende che riescono a vendere buona parte dei loro prodotti oltre confine.

Non è tuttavia mia intenzione radicalizzare in qualche modo tale "tensione verso l’export", nonostante sia assolutamente consapevole che si tratti, per tutte le imprese che operano nell'agroalimentare (e non solo), di un appello fondato e direi quasi “obbligato” dal perdurante calo dei consumi interni.

L'agroalimentare italiano vive infatti anche e soprattutto grazie agli acquisti che quotidianamente si registrano nei tanti supermercati delle nostre città, nelle migliaia di mercati rionali, o ancora negli stessi luoghi di produzione. Anche la “vendita diretta" che caratterizza sin dalla nascita tutto il nostro universo di cooperative agricole, quasi tutte dotate ancora oggi di punti vendita interni o spacci aziendali per la vendita dei loro prodotti riveste una importanza strategica.

Le mete lontane per noi hanno pari dignità di quelle vicine e vicinissime, che avvengono proprio "Qui da noi”, il claim che abbiamo scelto per il progetto di Fedagri che mette in rete le esperienze cooperative di vendita diretta.

Potremmo coniare pertanto l'espressione del "chilometro giusto" per connotare l'orientamento imprenditoriale da indicare alle nostre aziende. Un invito cioè a continuare a puntare sui mercati di prossimità lì dove il punto vendita, ben collocato e rifornito, riesce a soddisfare le richieste di consumatori locali, turisti ed enoappassionati.

Ma anche gli Stati Uniti come nuova frontiera per le nostre mele e pere è, a ragion veduta, un "chilometro giusto". Giusto e opportuno, direi necessario, per le tonnellate di ortofrutta fresca che il nostro Paese è in grado di produrre (l'Italia, detto per inciso, consuma meno della metà della frutta e verdura prodotta a livello nazionale).

Ma anche la lontana Cina con le sue enormi capacità di assorbimento dei prodotti agroalimentari, è e deve essere sempre di più un chilometro giusto per le nostre aziende vitivinicole, anch'esse messe a dura prova dal trend inarrestabile del crollo degli acquisti di vino interno. Proviamo a chiedere a un produttore, grande o piccolo, cosa farebbe se da domani non potesse più vendere i propri vini in America o in Gran Bretagna.

Ogni azienda sa bene quale sia il suo "giusto" chilometro, commisurato ai propri volumi produttivi, alle dimensioni d'impresa, alla sua collocazione geografica.

Che ognuna percorra dunque la sua strada, il proprio "giusto" chilometro.

Nel percorrere questa strada, le aziende dovranno essere assistite da un sistema paese in grado di produrre la "buona politica" che allenti i lacci della burocrazia, la pressione fiscale e che combatta I fenomeni della corruzione e della criminalita'.

 

Giorgio Mercuri

presidente nazionale di Fedagri-Confcooperative