IMMUNI, LE BATTUTE DI RAZZANTE: LA LINEA SOTTILE CHE DIVIDE SICUREZZA DA PRIVACY. CYBERSECURITY COESSENZIALE NELLA TENUTA DEMOCRATICA

La sicurezza della Repubblica non è in pericolo, ma va presidiata.

Mi pare questo il senso delle Raccomandazioni al Governo che sono arrivate dal Copasir e dal suo Presidente a più riprese, ma ieri e oggi in particolare.

La stipula del contratto con la società Bending Spoons, annunciata dal Ministro della Salute, per la fornitura dell’app “Immuni”, è giustamente finita sotto l’attenzione del Comitato Parlamentare sulla Sicurezza della Repubblica (Copasir), nient’affatto per preclusioni ideologiche. È bene infatti ricordare che il Copasir ha competenza naturale su tutto ciò che il Governo dovesse acquisire e conoscere, e che possa in qualsiasi misura avere impatto sulle cc.dd. “infrastrutture critiche” del nostro Paese, siano esse situate in Italia che anche all’estero.

È un atto dovuto, quindi, che il Presidente Volpi ne abbia chiesto contezza al Governo, non un capriccio (come da qualcuno paventato). In un periodo in cui la sicurezza di qualsiasi dato che riguardi i cittadini e le nostre Istituzioni diviene centrale per il corretto funzionamento del sistema economico, colpito in maniera inusuale da fatti imprevisti, si deve prestare una pedante attenzione ai profili di rischio di reati informatici, attacchi e hackeraggi ai siti strategici, trattamento e utilizzo illecito (la casitica ne è piena) di dati personali dei cittadini. È forse il caso di precisare che tra la privacy e la sicurezza esiste una differenza fondamentale. La prima, infatti, riguarda ciascuno di noi come individuo, ed è puntualmente regolamentata e seguita dall’Autorità Garante. Per esemplificare, essendo previsto il consenso – come sembra – all’utilizzo dei dati di questa nuova App da parte dei cittadini risultati positivi al test del Coronavirus, non è detto che gli stessi dati, nelle mani sbagliate, possano essere fraudolentemente utilizzati. E qui subentra il profilo della sicurezza, che riguarda invece tutti i cittadini, in quanto facenti parte di una comunità e di una nazione, con interessi collettivi che debbono essere garantiti dalle Autorità competenti. Anzi, pur essendo il dibattito storicamente aperto, resto personalmente convinto che la privacy possa essere derogata per esigenze di sicurezza, ovviamente tassativamente previste non solo da norme ad hoc, ma dalle Autorità di governo e parlamentari, come in questo caso. Il periodo emblematico in cui questi due diritti (privacy e security) si sono “scontrati” è stato quello del terrorismo internazionale, laddove tutti noi abbiamo giustamente subìto una compressione della nostra riservatezza per la tutela della sicurezza mondiale (significativo l’esempio dei controlli su viaggiatori e pubblici eventi). Venendo adesso alla questione delle app, mi sia permesso di affermare che in questo specifico caso, ma anche negli altri in cui si prevedano effetti di “data tracing”, il parere di organi come il Copasir e dei nostri Servizi di sicurezza vada acquisito in maniera preventiva. In questo frangente e, in tutti gli altri a venire, non ho dubbi sulla bontà dell’iniziativa del Presidente Volpi (o di chiunque ricopra il suo ruolo) di audire membri del Governo, o loro delegati, per appurare gli impatti effettivi delle scelte che riguardino tutte le infrastrutture, soprattutto informatiche, del nostro Paese. Non si dimentichino gli approfondimenti già fatti sulla tecnologia 5G, laddove il Copasir stesso, nella relazione al Parlamento inviata lo scorso marzo, affermava, tra l’altro, che “la possibilità di limitare i rischi anche attraverso provvedimenti nei confronti di operatori i cui legami, più o meno indiretti, con gli organi di governo del loro Paese appaiono evidenti” era da ritenersi doverosa.

Gli eventi occorsi a Torino appena ieri (come abbiamo anticipato su questa testata non molti giorni fa, paventando il rischio di atti di terrorismo), organizzati in pochi minuti con richiami sui social, devono, a mio giudizio, confermare la netta prevalenza della sicurezza sulla riservatezza. Sarebbe sempre opportuno, specie in questo periodo, il controllo massivo – peraltro la nostra intelligence e le Forze di polizia lo sanno fare benissimo – di siti web e social che manifestino anche minime intenzioni bellicose, sia individuali che associative.

A quanto pare la politica ha ancora necessità di ricordare che la cybersecurity è ormai coessenziale alla tenuta democratica del nostro Paese, senza deroghe incontrollate da parte di nessuno.

Ranieri Razzante

Direttore Centro Ricerca sulla Sicurezza e il Terrorismo

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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