MOZIONE BUSTO, M5S CAMERA, PER PROMUOVERE ACCORDI INTERNAZIONALI SUL CLIMA

Atto Camera Mozione 1-00951 presentato da BUSTO Mirko, M5S, venerdì 17 luglio 2015, seduta n. 464 che impegna il Governo a promuovere accordi internazionali sul clima ambiziosi, vincolanti, duraturi ed equi

 

La Camera,

premesso che:

il contenimento del cambiamento climatico rappresenta una priorità tra le emergenze globali delle istituzioni nazionali e internazionali, viste le conseguenze geopolitiche a cui sta conducendo;

il riscaldamento globale, senza interventi tempestivi e vincolanti, è destinato a superare di ben oltre due gradi i livelli dell'epoca preindustriale, con un impatto devastante sugli habitat – come le barriere coralline, da cui dipendono migliaia di organismi viventi che rischiano di scomparire –, sulla produzione agricola mondiale, sulla disponibilità di acqua potabile e sulla vivibilità delle aree costiere. Arrestare questo andamento ora non è solo una scelta responsabile ma anche quella più economica, dato che ogni ulteriore ritardo comporterebbe costi economici e ambientali crescenti, come evidenziato anche dallo studio «The Emissions Gap Report 2013» dell'Unep (United Nations Environment Programme);

i Percorsi di concentrazione rappresentativi (RCP) del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC) descrivono quattro scenari di come il pianeta potrebbe cambiare in futuro. Essi sono: RCP8.5, RCP6, RCP4.5 e RCP2.6. I numeri si riferiscono a differenti valori di aumento del radiative forcing in W/m2 al 2100. I Percorsi di concentrazione rappresentativi sono associati a differenti possibili scenari di emissioni antropogeniche di gas serra e conseguenti innalzamenti della temperatura media terrestre. Lo scenario RCP4.5 prevede un innalzamento medio di 1.8 gradi (1.÷2.6), mentre lo scenario RCP8.5, il caso peggiore, prevede un innalzamento medio di 3.7 gradi (2.6÷4.8). Attualmente il trend di emissioni di gas serra sta seguendo e lievemente superando lo scenario RCP 8.5 (Peters et al., 2013).

secondo lo scenario RCP 4.5 in Italia si potrebbe verificare un generale aumento della temperatura di circa 3 gradi su tutto il Paese per il 2071-2100, rispetto al periodo di riferimento 1971-2000, con picchi di 4 gradi in inverno nella pianura Padana e, in estate, su tutta l'area nord-occidentale. Lo scenario RCP8.5 prevede un riscaldamento maggiore, caratterizzato da un'elevata variazione stagionale, con un minimo di 4 gradi in autunno e un massimo di 7,5 gradi in estate. In tutte le zone, in generale, è stimato un aumento medio delle temperature, che per lo scenario RCP 4.5 è di circa 3.2 gradi per secolo, mentre per quello RCP8.5 intorno ai 6,3 gradi;

una prima conferma alla maggiore vulnerabilità climatica della nostra nazione è stata certificata dal Consiglio nazionale delle ricerche nel rapporto del 2014. A fronte di un incremento di temperatura media terrestre pari a 0,57 gradi (fonte NOAA), per l'Italia l'incremento medio è stato di 1.5 gradi, quindi quasi tre volte l'aumento medio globale, con punte di +2.0 gradi al Nord e +1.3 gradi al Sud;

relativamente al cambiamento delle precipitazioni in Italia, nel periodo 2071-2100 rispetto al 1971-2000, lo scenario RCP4.5 stima un moderato aumento in inverno, su tutta l'area alpina orientale, invece un calo significativo al Nord durante l'estate. Riduzioni significative sono prospettate anche in Centro e nel Sud. Secondo lo scenario RCP8.5, si prevede un significativo aumento delle precipitazioni in inverno sul Centro-Nord, più marcato in Liguria, mentre il centro e il nord Italia saranno interessati da una forte riduzione in estate, in particolare nell'area alpina. Tutta l'Italia avrà una significativa riduzione delle precipitazioni in primavera, specialmente nelle zone di alta montagna, mentre in autunno solo gli Appennini (Bucchignani, Montesarchio, Zollo, & Mercogliano, 2015);

a livello globale, gli effetti del cambiamento climatico sono già evidenti nell'aumento della frequenza e dell'intensità di fenomeni estremi – come tifoni, alluvioni, tornado, ma anche siccità –, e nell'incremento della temperatura, con il conseguente rapido declino del ghiaccio artico, dei ghiacciai montani e delle calotte glaciali di Groenlandia e Antartide, nell'espansione delle zone subtropicali calde, nonché nella perdita di barriera corallina a causa dell'acidificazione dell'oceano;

negli ultimi 19 anni nella sola zona sud dell'Alaska è stata certificata una perdita di massa ghiacciata pari a 75 miliardi di tonnellate (75 chilometri cubi). Se questo può apparire un dato riguardante una zona lontana, è molto più stringente l'assottigliamento o addirittura la scomparsa di ghiacciai alpini, con conseguente compromissione del rifornimento idrico per l'agricoltura nei mesi estivi;

secondo i dati del Cred (Centre for Research on the Epidemiology of Disasters), solo nel 2012 si sono registrate globalmente 310 calamità naturali con 9.330 decessi, 106 milioni di persone colpite e un danno economico stimato pari a 138 miliardi di dollari. E questo mentre è ormai condiviso, dall'opinione scientifica internazionale, lo stretto legame tra l'aumento dei rischi ambientali e il cambiamento climatico;

il quinto rapporto del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC) sulla valutazione dei cambiamenti climatici individua, a livello europeo, la regione mediterranea/sud-europea come la più vulnerabile al rischio degli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Molteplici settori verranno interessati – quali turismo, agricoltura, attività forestali, infrastrutture, energia e salute della popolazione – a causa del forte impatto del cambiamento climatico (aumento di temperatura e riduzione di precipitazioni) sui servizi ecosistemici;

l'agricoltura rappresenta il settore più vulnerabile al cambiamento climatico e il suo cedimento, secondo un modello matematico sviluppato dal Global Sustainability Institute dell'Anglia Ruskin University di Cambridge, potrebbe portare la nostra società a collassare entro il 2040. Il modello è stato creato seguendo lo scenario business-as-usual (per lo più equivalente allo scenario RCP8.5), i risultati, basati su «tendenze climatiche plausibili», sono più che allarmanti e mostrano che «il sistema di approvvigionamento alimentare globale» si troverebbe ad affrontare perdite catastrofiche e un'epidemia senza precedenti di conflitti per il cibo. In generale, questi fenomeni si diffonderanno maggiormente nei Paesi tropicali e più poveri, secondo Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC), entro 35 anni, l'agricoltura subirà un calo di resa del 50 per cento, compromettendo la sopravvivenza umana. Nella coltivazione di riso, grano e mais, i rendimenti sono destinate a ridursi del 10 per cento per ogni grado di aumento sopra i 30 gradi;

un punto estremamente importante e poco conosciuto è la penetrazione del cuneo salino causato dall'innalzamento del livello marino. Questo determinerebbe una desertificazione indotta a causa dell'aumento di salinità delle falde, cosa che comprometterebbe sia l'agricoltura che la stessa vegetazione spontanea in una larga fetta delle coste italiane, con particolare rilievo per la pianura padana orientale;

il dramma dei rifugiati climatici è sempre più preoccupante, determinato dalla stretta relazione tra degrado ambientale, mutamenti climatici e contesto socio-economico. Per il Rapporto dell'Internal Displacement Monitoring Centre, pubblicato nel 2013, di oltre 32 milioni di persone costrette alla mobilità per effetto di disastri naturali, il 98 per cento sono profughi climatici provenienti da Paesi poveri. Nel 2060, il Programma delle Nazioni Unite sull'ambiente (Unep) prevede che solo in Africa ci saranno circa 50 milioni di profughi climatici;

l'obiettivo di 2 gradi di riscaldamento globale, concordato dall'ONU e dai governi mondiali, è già un limite rischioso e pericoloso che non eviterà le conseguenze disastrose del cambiamento climatico. L'incremento di 2 gradi rappresenta più appropriatamente la soglia tra cambiamento climatico «pericoloso» ed «estremamente pericoloso» (Anderson & Bows, 2011);

un aumento di 2 gradi può indurre a reazioni chimiche nelle acque oceaniche portando alla mobilitazione del metano ora immobilizzato negli idrati, alla fusione delle calotte polari e artiche, al rilascio di metano e terrestre dalla fusione del permafrost dell'Artico. L'impatto potrebbe compromettere lo scioglimento dei ghiacci di larga parte della Groenlandia e dell'Antartico occidentale, l'estinzione dal 15 al 40 per cento delle specie vegetali e animali, siccità diffusa e desertificazione in Africa, Australia, Europa Mediterranea, e gli Stati Uniti occidentali. Hadley Centre britannico calcola che il riscaldamento di solo un ulteriore 1 grado eliminerebbe acqua potabile da un terzo della superficie terrestre entro il 2100;

l'innalzamento delle temperature oceaniche comporta un cambiamento nella composizione chimica delle acque, con conseguente acidificazione, e contribuisce allo scioglimento del plancton calcareo (piccoli organismi alla base della catena alimentare marina) e dei gusci calcarei delle conchiglie dei molluschi come vongole, mitili, ostriche, capesante. Questo non è un problema solo di equilibrio ecosistemico, ma presenta anche pesanti ricadute economiche per la pesca e l'acquacoltura;

nello scenario RCP8.5, l'innalzamento del livello del mare previsto entro fine secolo è in media di 0.63 m (0.45÷0.82). Tuttavia secondo recentissimi studi, i livelli di anidride carbonica atmosferica moderni sono oggi equivalenti a quelli di circa tre milioni di anni fa (Pliocene), quando la concentrazione di anidride carbonica era circa di 400 parti per milione, la temperatura media terrestre era di circa 1-2 gradi maggiore di quella attuale e il livello del mare era di almeno sei metri maggiore;

l'Università di Potsdam ha calcolato in 4,6 metri l'innalzamento del livello medio del mare in seguito all'aumento di temperatura media terrestre di 2 gradi. Numerosissime città costiere italiane verranno parzialmente o totalmente sommerse;

secondo il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC), per rimanere sotto ai 2 gradi si ha a disposizione un budget di 1000 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dal 2011, mentre solo 400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica per rimanere sotto 1,5 gradi. Dal 2011 ad oggi si sono consumati all'incirca altri 157 miliardi di tonnellate. Attualmente si stanno emettendo circa 40,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica consumando, secondo il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC), il budget per rimanere sotto 1,5 gradi in 6 anni e in 21 per stare sotto i 2 gradi (con probabilità del 66 per cento);

per il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC), solo una diminuzione drastica delle emissioni di gas serra, stimata nella riduzione del 40-70 per cento entro il 2050 e in un azzeramento entro il 2100, potrebbe avere il 50 per cento di possibilità di stabilizzare l'aumento di temperatura media terrestre al di sotto dei 2 gradi;

secondo illustri climatologi (Anderson, 2013), per avere una possibilità del 50 per cento di non superare i 2 gradi, è necessario proporre all'Unione europea una riduzione dell'80 per cento delle emissioni del settore energia entro il 2030, con la piena decarbonizzazione poco dopo;

per le nazioni sviluppate (annex 1), i necessari livelli di mitigazione per avere il 50 per cento di probabilità di mantenersi sotto i 2 gradi, lasciando ai Paesi in via di sviluppo (non-annex 1) la possibilità di ritardare il picco delle proprie emissioni, potrebbero essere incompatibili con la crescita economica di breve-medio termine. I Paesi sviluppati dovrebbero decarbonizzare le proprie economie ad un ritmo del 8-10 per cento annuo, tuttavia riduzioni superiori al 3-4 per cento sono giudicate incompatibili con un'economia in crescita (Anderson & Bows, 2011). Al contrario, riduzioni annuali maggiori dell'1 per cento sono state associate solo a scenari di recessione economica o sconvolgimenti politici (Stern, 2006). Per ridurre del 8-10 per cento è certamente necessario intervenire sia sull'offerta (energie rinnovabili ed efficienza) che sulla domanda (diminuzione dei consumi);

il prodotto interno lordo ha dimostrato la propria inadeguatezza come indicatore di un genuino progresso umano, poiché incapace di discriminare tra attività proficue e dannose e di prendere in considerazione molti costi ambientali e sociali. Occorre adottare al più presto indicatori macroeconomici come il genuine progress indicator (GPI) o il benessere equo e sostenibile (BES), capaci di misurare lo sviluppo economico integrando nella analisi fattori ambientali e sociali;

il 2015 è stato dichiarato l'anno internazionale dei suoli, dell'elaborazione della Carta di Milano e degli Obiettivi di sviluppo del millennio, riaccendendo il dibattito sulle sfide legate al cibo, all'agricoltura, alle foreste e al paesaggio, con proposte di impegno al cambiamento di paradigma;

come evidenziato dal rapporto Ispra 2015 sul consumo di suolo in Italia e ribadito da De Bernardinis nel suo intervento agli stati generali sul clima del 22 giugno 2015, il deterioramento del suolo ha ripercussioni dirette sulla qualità delle acque e dell'aria, sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici; sempre nel rapporto Ispra viene evidenziato come nelle aree urbane il clima diventa più caldo e secco a causa della minore traspirazione vegetale ed evaporazione e delle più ampie superfici con un alto coefficiente di rifrazione del calore e che, soprattutto in climi aridi come quello mediterraneo, la perdita di copertura vegetale e la diminuzione dell'evapotraspirazione, in sinergia con il calore prodotto dal condizionamento dell'aria e dal traffico e con l'assorbimento di energia solare da parte di superfici scure in asfalto o calcestruzzo, contribuiscono ai cambiamenti climatici locali, causando il cosiddetto effetto «isola di calore»;

il cambiamento climatico ha già prodotto conseguenze sulla salute, sugli ecosistemi, sulle risorse idriche e sull'agricoltura, mettendo a rischio la sicurezza alimentare e la sostenibilità ambientale. Le sfide immediate, per invertire la rotta, devono concentrarsi sul cambiamento e sull'innovazione, incidendo fortemente sui sistemi di produzione e di consumo;

l'agricoltura industriale incide sul cambiamento climatico, facendo uso di sistemi meccanizzati ad alta intensità energetica e a combustibili fossili e, a sua volta, ne è influenzata, visto che le monocolture geneticamente omogenee, su cui si basa, non sono resilienti. Diversamente i sistemi di gestione agroecologici – varietà di tecniche agricole, come agricoltura biologica, sostenibile o permacultura –, basandosi sul rispetto della biodiversità, sull'efficienza dei processi biologici e sulla diversificazione dei sistemi di produzione, rappresentano un modello alternativo sostenibile, socialmente equo, resiliente ai cambiamenti climatici e, dunque, in grado di sostenere la sfida del cambiamento climatico. Inoltre, l'agroecologia aumenta il sequestro di carbonio organico nei suoli, contribuendo a ridurre l'anidride carbonica in atmosfera. Secondo il report «Agro-ecology and the right to food» delle Nazioni Unite, infatti, «i progetti agroecologici mostrano una media di incremento nella produttività dei campi dell'80 per cento in 57 Paesi in via di sviluppo, con una percentuale che sale al 116 per cento nei progetti africani»;

l'attuale sistema economico lineare, tipico dei Paesi più industrializzati, non è più sostenibile. Al contrario, l'attuale crisi ambientale impone un passaggio repentino verso il modello circolare, finalizzato al recupero e alla rigenerazione dei prodotti e dei materiali, mettendo in pratica i principi di «rifiuti zero, energie rinnovabili, utilizzatori e non consumatori, approccio sistemico»;

il sistema alimentare contribuisce ai cambiamenti climatici e, allo stesso tempo, ne è anche influenzato, con conseguenze sulla disponibilità e sulla tutela delle risorse naturali, sulle modalità di produzione e consumo e sulla sicurezza alimentare;

la crescita della popolazione, stimata dalla FAO a 9 miliardi entro il 2050, unita alla transizione verso modelli alimentari a più alto impatto ambientale tipici dei Paesi ricchi industriali, implica l'esigenza di quasi raddoppiare la produzione alimentare. L'allevamento contribuisce per il 14,5 per cento alle emissioni globali generate dalle attività umane, più dell'intero settore dei trasporti;

secondo i dati FAO del 2012, entro il 2050 il consumo di carne e di latte e derivati dovrebbe crescere rispettivamente del 76 per cento e 65 per cento rispetto al periodo 2005-2007, contribuendo a impoverire il nostro pianeta di risorse critiche come acqua e suolo, causando deforestazione e perdita della biodiversità oltre che incrementando le emissioni climalteranti;

il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici ha rilevato che il maggiore potenziale di riduzione delle emissioni risiede nella modulazione della domanda. Secondo il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici, anche solo diminuendo il consumo di cibo di origine animale a una media di 90 grammi al giorno, come raccomandato dalle linee guida mediche inglesi, si potrebbe raggiungere, dal 2030, una riduzione di 2,15 miliardi di tonnellate di anidride carbonica l'anno;

la crescita dei consumi di alimenti di origine animale si traduce in una costante crescita delle emissioni del settore agricoltura. Mantenendo i trend attuali, entro il 2070 le emissioni di gas serra legate al settore non consentirebbero di permanere sotto ai 2 gradi (Hedenus, Wirsenius, & Johansson, 2014);

ogni anno, la richiesta crescente di olio di palma, comporta l'emissione di enormi quantità di gas serra, a causa della degradazione e degli incendi delle foreste torbiere indonesiane. La deforestazione del sud-est asiatico, negli ultimi 30 anni, è stata pari alla superficie di Italia, Svizzera e Austria, convertendo depositi di carbonio organico in fonti di emissione climalteranti;

il rapporto FAO 2013 Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources denuncia lo spreco di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l'anno, con gravi ripercussioni sul clima, sulle risorse naturali, oltre che etiche. Ogni anno, il cibo che viene prodotto, ma non consumato, emette 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra. In Europa lo spreco alimentare – in seguito alla produzione agricola – produce annualmente circa 500 miliardi tonnellate di anidride carbonica, mentre in Italia 31 miliardi tonnellate di anidride carbonica, a cui si aggiunge la percentuale di sostanza organica che finisce in discarica, emettendo soprattutto metano;

il report speciale «Energy and Climate Change» del World Energy Outlook, pubblicato in occasione della Conferenza di Parigi sul clima dall'Agenzia internazionale dell'energia (IEA), riporta alcuni dati di sintesi sugli impatti ambientali del settore energetico. L'energia vale i due terzi di tutte le emissioni di gas serra di origine antropica e i combustibili fossili ne sono i principali responsabili, contando per il 90 per cento di tali emissioni. Le fossili continuano a soddisfare oltre l'80 per cento della domanda totale di energia e, nonostante una lieve inversione di tendenza registrata nell'ultimo anno, il volume totale delle emissioni globali di anidride carbonica del settore energetico, negli ultimi 27 anni, corrisponde al totale di tutti gli anni precedenti;

interi settori dell'economia, ad oggi, non hanno minimamente intrapreso gli sforzi necessari a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni necessari per far fronte ai cambiamenti climatici;

i trasporti e gli edifici, in particolare, registrano emissioni continuamente in crescita sia nei Paesi dell'Ocse che in quelli non appartenenti all'Ocse. Per il trasporto, la causa principale, è la crescita del numero di veicoli privati, cui si aggiunge, per quelli non appartenenti all'Ocse, una forte crescita del traffico merci spesso legata alla delocalizzazione delle produzioni industriali. Per gli edifici, il più alto livello di emissioni nei Paesi dell'Ocse è legato al riscaldamento degli ambienti, costruiti ancora senza i giusti accorgimenti di efficienza energetica;

la geoingegneria si riferisce ad un'ampia serie di metodi e tecnologie che mirano ad alterare deliberatamente il sistema climatico allo scopo di alleviare gli impatti dei cambiamenti climatici. La maggior parte, ma non tutti i metodi, cercano o di ridurre la quantità di energia solare assorbita dal sistema climatico (solar radiation management – srm) o di incrementare l'eliminazione di anidride carbonica dall'atmosfera in quantità tale da alterare il clima (carbon dioxide removal – cdm). Due caratteristiche chiave dei metodi di geoingegneria di particolare rilievo consistono nel fatto che essi influiscono sul sistema climatico (per esempio atmosferico, terrestre o oceanico) a livello globale o regionale e potrebbero avere dei sostanziali effetti non voluti che attraversano i confini nazionali;

la National Academy of Sciences (NAS) – associazione che è parte del sistema delle accademie statunitensi per fare consulenza su materie scientifiche e tecnologiche –, a febbraio 2015, dopo 18 mesi di lavoro condotto da 16 scienziati, ha pubblicato un rapporto in due volumi «Climate Intervention», finalizzato a valutare i potenziali impatti, i benefici e i costi delle tecniche di rimozione permanente di anidride carbonica e di aumento della riflettività della Terra (modifica dell'albedo) limitando l'assorbimento della luce. Nel rapporto si sostiene che la maggior parte delle strategie di rimozione dell'anidride carbonica sono limitate a livello tecnologico e, senza ulteriori innovazioni, la loro distribuzione su larga scala sarebbe più costosa della sostituzione dei combustibili fossili con le fonti rinnovabili;

la modificazione dell'albedo – definita come «modificare la capacità di riflettere la radiazione solare attraverso anche iniezioni di particolato di solfati nella stratosfera, schiarimento delle nubi e altri metodi per aumentare la riflettività della superficie terrestre» – non richiederebbe maggiore innovazione tecnologica e i costi sono relativamente contenuti. Tuttavia, avrebbe l'effetto di mascherare temporaneamente gli effetti del riscaldamento a livello globale, ma con ampi cambiamenti climatici a scala regionale. Inoltre «impiegare tecniche di modificazione dell'albedo su grande scala porterebbe una serie di rischi ambientali, sociali, legali, economici ed etici. Questi includono la riduzione dell'ozono stratosferico e modifiche nel quantitativo e nelle modalità delle precipitazioni. Inoltre, la modificazione dell'albedo non contrasta gli impatti della elevata concentrazione di CO2 in atmosfera, come l'acidificazione degli oceani»;

come sottolinea Pat Mooney, studioso conosciuto a livello internazionale, a proposito dei rischi imponderabili legati all'uso della geoingegneria, il clima terrestre è un sistema aperto, dunque non esistono confini politici o fisici e questo significa che esperimenti locali avrebbero ripercussioni, non desiderate, altrove;

il Governo tedesco ha rifiutato l'opportunità di usare la geoingegneria come soluzione alternativa o integrativa per la difesa del clima, vista la mancanza di un'adeguata conoscenza delle possibili conseguenze e di una regolamentazione internazionale, rispondendo all'interrogazione – documento 17/9943 – posta nel 2012 dal partito socialdemocratico – SPD – con la richiesta di un dibattito pubblico per valutare possibilità, rischi e fattibilità delle tecniche di intervento sul clima;

dal 30 novembre all'11 dicembre 2015, si terrà a Parigi la XXI Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), durante la quale dovranno essere fissati gli impegni vincolanti in termini di riduzione delle emissioni e di politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, nonché dei sistemi di monitoraggio e valutazione delle emissioni e degli impegni finanziari per il mantenimento del riscaldamento globale entro i 2 gradi al di sopra della temperatura media pre-industriale;

a fine 2014 è stato pubblicato il quinto rapporto IPCC di valutazione sui cambiamenti climatici, secondo cui i mutamenti del clima produrranno effetti gravi, estesi e irreversibili sulla popolazione e sugli ecosistemi del mondo intero. Per evitare che la temperatura media del pianeta aumenti di oltre 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, tutti i Paesi dovranno ridurre in maniera consistente e costante le emissioni di gas a effetto serra;

la comunicazione della Commissione europea «Roadmap for moving to a competitive low-carbon economy in 2050» afferma che la transizione verso un modello di sviluppo a basse emissioni non solo può essere effettuata senza compromettere la crescita e l'occupazione, ma può decisamente offrire a tutti i Paesi, europei e del resto del mondo, l'opportunità di ridare slancio all'economia, generando un concomitante miglioramento del benessere pubblico;

l'Unione europea si è impegnata a raggiungere nuovi e più ambiziosi obiettivi al 2020 («Pacchetto clima-energia: riduzione del 20 per cento delle emissioni nel 2020 rispetto al 1990»), al 2030 («2030 climate and energy goals for a competitive, secure and low-carbon EU economy»: riduzione del 40 per cento delle emissioni nel 2030 rispetto al 1990) e al 2050 («Roadmap for moving to a low-carbon economy in 2050»: riduzione del 80-95 per cento delle emissioni nel 2050 rispetto al 1990);

il 25 febbraio 2015 la Commissione europea ha emanato la comunicazione «Pacchetto Unione dell'energia» nella quale si delinea la «Strategia quadro per un'Unione dell'energia resiliente, corredata da una politica lungimirante in materia di cambiamenti climatici» [COM(2015) 80 final];

il 25 febbraio 2015 la Commissione europea ha emanato la comunicazione «Il Protocollo di Parigi – Piano per la lotta ai cambiamenti climatici mondiali dopo il 2020» contenente le raccomandazioni strategiche da seguire durante i negoziati di Parigi [COM(2015) 81 final];

l'Unione europea ha approvato e inviato il 6 marzo 2015 al segretariato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici i suoi «contributi programmati e definiti a livello nazionale» (Indc) che prevedono un impegno a ridurre le emissioni europee nel 2030 di almeno il 40 per cento rispetto al 1990;

il protocollo di Montreal è un trattato internazionale volto a ridurre la produzione e l'uso di quelle sostanze che minacciano lo strato di ozono, firmato il 16 settembre 1987, entrato in vigore il 1o gennaio 1989;

i composti di fluoro oggetto del Protocollo di Montreal rappresentano l'equivalente del 18 per cento dell'effetto serra totale generato dell'anidride carbonica;

in occasione del Climate Summit tenutosi il 23 settembre 2014 a New York, è stata firmata la «Dichiarazione di New York sulle Foreste», sottoscritta da 150 attori tra cui Governi, aziende, comunità indigene e ong, che prevede di ridurre il tasso di perdita delle foreste entro il 2020, portandolo a zero entro il 2030. La dichiarazione impegna inoltre a ripristinare 150 milioni di ettari di territori degradati e terreni boschivi entro il 2020, ai quali se ne aggiungeranno altri 200 entro il 2030;

la Convenzione sulla diversità biologica (Cbd), firmata a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992, persegue tre obiettivi principali: la conservazione della diversità biologica, l'uso sostenibile dei componenti della diversità biologica e la giusta ed equa ripartizione dei benefici derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche;

la UNCCD (United Nations Convention to Combat Desertification) è entrata in vigore nel 1997. La Convenzione detta le linee guida per l'identificazione e la messa in opera di programmi d'azione nazionali, sub-regionali e regionali in materia di lotta alla desertificazione. L'Italia è tra i più importanti contributori;

il Governo italiano ha promosso la definizione della Carta di Milano in occasione dell'EXPO2015: un documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione ad elaborare modelli economici e produttivi legati all'alimentazione che possano garantire uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale;

risulta evidente che il Sistema europeo di scambio di quote di emissione (EU ETS), ad oggi, abbia fallito nel ridurre le emissioni, lasciando eccessiva libertà, ad esempio nelle strategie alternative alla riduzione; nella prima fase, infatti, sono stati rilasciati troppi permessi, con un surplus di 267 milioni di tonnellate di anidride carbonica, coprendo solo il 4 per cento delle emissioni totali, con il risultato del collasso dei prezzi e della mancata riduzione delle emissioni; la seconda fase ha migliorato lievemente la situazione, presumibilmente per effetto della crisi economica, pur rimanendo largamente inefficace nel ridurre le emissioni;

il Sistema europeo di scambio di quote di emissione, paradossalmente, ha finito per essere più uno schema incentivante per le industrie inquinanti, con un guadagno stimato da parte del settore energia di 19 miliardi di euro nella prima fase e di 71 miliardi nella seconda,

 

impegna il Governo:

 

a promuovere accordi internazionali sul clima ambiziosi, vincolanti, duraturi ed equi, finalizzati:

a) nel breve periodo a mantenere la variazione della temperatura media globale entro il limite di 1.5 gradi, con una rapida e costante riduzione delle emissioni climalteranti verso il raggiungimento di una totale decarbonizzazione;

b) nel medio e lungo periodo: ad implementare strategie volte a riportare il livello di anidride carbonica atmosferico al livello preindustriale, al fine di azzerare ogni tipo di forzante antropica sul clima planetario;

ad avviare e completare in pochi anni una completa transizione verso una completa decarbonizzazione dell'economia, integrando parametri legati al cambiamento climatico nei processi decisionali di carattere economico e strategico in tutti i livelli di governo e di impresa, attraverso cambiamenti sistematici delle politiche e degli strumenti di valutazione dei progetti, degli indicatori di performance, dei modelli di rischio e degli obblighi di segnalazione;

a dare crescente supporto alla creazione di economie a bassa impronta di carbonio nei Paesi più poveri in modo da evitare che le loro economie leghino il proprio sviluppo alla dipendenza dalle fonti fossili;

ad avviare appropriate e immediate iniziative di rimozione degli incentivi e dei sussidi diretti e indiretti all'uso di combustibili fossili, spostando gli investimenti sulla ricerca e sullo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile, sul risparmio energetico nonché sull'efficiente produzione e uso dell'energia, rivedendo a tal fine la strategia energetica nazionale e definendo conseguentemente in vero piano nazionale energetico;

a farsi promotore affinché l'Unione europea riveda al rialzo nei prossimi anni gli obiettivi del Libro verde sul quadro al 2030 per le politiche climatiche ed energetiche, prevedendo: una riduzione delle emissioni di gas serra dell'Unione europea pari ad almeno il 55 per cento rispetto al 1990, il raggiungimento di una quota di energie rinnovabili sul totale dei consumi energetici pari ad almeno il 45 per cento, nonché un aumento dell'efficienza energetica di almeno il 40 per cento;

ad attivarsi, in ambito nazionale e in sede di Unione europea affinché si adottino opportune forme di fiscalità ambientale che rivedano le imposte sull'energia e sull'uso delle risorse ambientali nella direzione della sostenibilità, anche attraverso la revisione della disciplina delle accise sui prodotti energetici in funzione del contenuto di carbonio (carbon tax), al fine di accelerare la conversione degli attuali sistemi energetici verso modelli a emissioni basse o nulle;

a spendere tutti i proventi derivanti dalla vendita all'asta dei permessi di emissioni al comparto industriale per politiche di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici;

a promuovere una riforma sostanziale che porti alla cancellazione del sistema europeo di scambio dei titoli di emissione di gas serra (EU-ETS), concentrando gli impegni a livello nazionale ed internazionale per raggiungere il totale affrancamento dalle fonti fossili;

a farsi promotore, tra i Paesi dell'Unione europea, del divieto di estrarre idrocarburi non convenzionali (quali tight gas, shale gas, tight oil, metano da carbone, idrati di metano) e di della predisposizione di un'adeguata tassazione sulle importazioni di idrocarburi, basata sugli impatti ambientali prodotti durante l'intero ciclo di vita;

ad approvare entro settembre 2015 la strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, elaborata dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, in collaborazione con la comunità scientifica nazionale, procedendo immediatamente con la definizione di un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che ne recepisca le indicazioni definendone priorità, tempistiche e impegni di spesa;

a sottoscrivere il documento denominato «Geneva Pledge», presentato durante i negoziati sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) tenutisi nel febbraio 2015 a Ginevra, favorendo in tal modo il riconoscimento della stretta interconnessione fra giustizia sociale e giustizia ambientale, tra la tutela dei diritti umani e il contrasto dei cambiamenti climatici;

nel quadro degli impatti previsti, a sostenere, in ogni sede, il principio dell'acqua come bene comune e diritto umano, affinché si affermi nel diritto internazionale e nelle costituzioni dei singoli Stati;

a prevedere politiche volte ad un radicale cambiamento nel modo in cui la risorsa acqua viene utilizzata, gestita e condivisa, che valorizzino il ruolo delle comunità locali nella governance della risorsa e affinché almeno il minimo vitale, di buona qualità, sia accessibile a tutti;

considerato lo stretto legame tra risorse idriche, alimentazione ed energia, a promuovere politiche di gestione di ciascun settore congiuntamente con gli altri;

a promuovere politiche di limitazione all'agricoltura intensiva che contribuisce ad aggravare l'inquinamento idrico da fonti puntuali e non puntuali, posto che sostenendo invece politiche volte alla corretta combinazione di incentivi all'agroecologia, norme di legge più severe su pesticidi e fitosanitari con relative misure sanzionatorie e sussidi adeguatamente mirati ai piccoli agricoltori locali, così che si potrà favorire la riduzione dell'inquinamento idrico prodotto dall'agricoltura intensiva;

ad assumere iniziative per implementare politiche migratorie pianificate e bene gestite, migrazioni sostenibili sulla base della libertà di mobilità e di migrazione prevista dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e, quindi, per contrastare e prevenire ogni migrazione forzata, favorendo il riconoscimento dello status di «climate refugees»;

a sostenere in tutte le sedi l'esistenza di una chiara correlazione tra cambiamenti climatici e diritti umani, includendo nel documento finale di Parigi, i diritti dei popoli indigeni, la loro conoscenza tradizionale, il diritto alla terra ed all'autodeterminazione, alla partecipazione diretta ed effettiva alle politiche climatiche e all'accesso diretto alle risorse finanziarie, assicurandone il rispetto e la promozione in ogni programma o progetto di mitigazione, adattamento, trasferimento di tecnologie, riduzione delle emissioni e capacity building;

ad impegnarsi fattivamente per l'attuazione del «New York declaration on Forests», l'accordo siglato in occasione del vertice ONU «Climate summit 2014», con l'obbiettivo di fermare la deforestazione delle foreste naturali entro il 2030, rafforzando gli incentivi per l'investimento a lungo termine e la tutela forestale ed aumentando i finanziamenti internazionali, progressivamente legati ai risultati;

a promuovere l'applicazione dei precedenti impegni assunti dalla comunità internazionale, sostenendo, in particolare: l'eliminazione dei composti di fluoro oggetto del Protocollo di Montreal; l'attuazione dell'accordo di Lima al fine di definire in tempi brevi, attraverso un percorso democratico e partecipativo, le modalità per l'attuazione in Italia dei contributi programmati e definiti a livello nazionale europei; l'adozione in tempi brevi di tutte le iniziative necessarie per la ratifica e l'implementazione degli impegni europei nell'ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, con particolare riguardo all'emendamento approvato a Doha nel 2012 per la ratifica degli impegni relativi al secondo periodo del protocollo di Kyoto, circa gli ulteriori impegni vincolanti in materia di riduzione di gas serra;

a promuovere un nuovo modello di agricoltura, sia per la produzione alimentare, che per il ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici e dei danni naturali, promuovendo, a livello normativo e finanziario, lo sviluppo di politiche agricole più sostenibili e incoraggiando le comunità locali a gestire la produzione e il consumo delle proprie risorse nell'ottica degli obiettivi ambientali, e a promuovere la transizione verso l'agroecologia, pratiche sostenibili, resilienti e, allo stesso tempo, efficienti e socialmente eque, in grado di sostenere le sfide ambientali e alimentari future;

a perseguire, in linea con la predisposizione del nuovo pacchetto europeo, un modello di economia circolare, da realizzare attraverso strumenti normativi, investimenti in innovazione e ricerca finalizzati al riuso e al riciclo, in modo da contribuire, tra l'altro, alla creazione di nuovi posti di lavoro;

ad esprimersi chiaramente escludendo l'uso dell'ingegneria climatica – geoingegneria – come soluzione alternativa o integrativa rispetto agli impegni richiesti a livello internazionale per la mitigazione del cambiamento climatico, dal momento che le conseguenze sono ancora incerte e che la geoingegneria può provocare effetti preoccupanti e non gestibili; ad assumere iniziative per avviare, a tal fine, un dibattito a livello europeo ed internazionale, per prendere una posizione chiara che rifiuti l'uso della geoingegneria, promuovendo una moratoria internazionale;

a promuovere l'adozione di politiche, piani e programmi sia a livello nazionale che a livello internazionale, anche nell'ambito della cooperazione allo sviluppo, al fine di coinvolgere tutti i Paesi in una strategia globale che punti alla revisione del modello economico e produttivo ed alla progressiva eliminazione delle fonti fossili;

ad assumere iniziative per escludere dal Patto di stabilità le spese dello Stato, delle regioni e degli enti locali, legate a politiche e misure di riduzione delle emissioni climalteranti, con particolare riguardo alle risorse finalizzate al risparmio energetico, efficienza energetica, energie rinnovabili, nonché a interventi volti all'adattamento ai cambiamenti climatici e in particolare alla messa in sicurezza del territorio e alla protezione civile;

a sostenere le azioni delle regioni finalizzate ad aumentare la resilienza del territorio promuovendo le opportune sinergie tra mitigazione e adattamento, anche in collegamento con le iniziative in atto a livello europeo;

a favorire, per quanto di competenza, lo sviluppo in modo coordinato di adeguati piani regionali e locali di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, privilegiando le misure ad alto grado di sostenibilità ambientale, evitando impatti negativi sull'ambiente e sugli ecosistemi delle misure stesse;

ad incentivare e promuovere, in tutti i livelli di aggregazione territoriale, lo sviluppo di infrastrutture verdi in grado di sequestrare carbonio e compensare in parte le emissioni di gas serra, soprattutto in ambito urbano;

a favorire l'adozione di misure per fermare il consumo di suolo attraverso piani di riqualificazione del patrimonio edilizio esistente e, ove possibile, di ripristino delle condizioni ecosistemiche naturali dei luoghi, con particolare riferimento ai versanti montuosi oggetto di dissesto idrogeologico;

a rivedere completamente la politica dei trasporti delle persone e delle merci: aumentando sotto il profilo qualitativo e quantitativo l'offerta del trasporto pubblico, con particolare attenzione al potenziamento delle infrastrutture per la mobilità locale e regionale; introducendo misure disincentivanti del trasporto individuale con mezzi a motore; favorendo le forme di mobilità sostenibile, con particolare attenzione per la mobilità ciclistica, sia in ambito urbano sia in ambito turistico, anche attraverso la creazione di reti per la mobilità dolce; promuovendo sistemi di intermodalità, car sharing e car pooling; avviando interventi per il riequilibrio modale del trasporto merci dalla gomma al ferro, eliminando ogni forma di incentivazione per l'autotrasporto; rivedendo completamente il piano delle grandi opere pubbliche in modo da espungere le opere che privilegiano le modalità di trasporto più inquinanti;

a guidare il processo di cambiamento del sistema produttivo, economico e dei consumi alimentari, adottando politiche di indirizzo volte a promuovere stili di vita e abitudini più sostenibili nei cittadini, in particolare attraverso la riduzione dei consumi dei prodotti alimentari ad elevato impatto, quali i prodotti animali e derivati e l'incentivazione dei prodotti a filiera corta; a portare avanti con determinazione, nel dibattito e negli accordi internazionali sulla mitigazione dei cambiamenti climatici, il tema dell'alimentazione e delle scelte alimentari, riconoscendo il forte impatto ambientale legato, soprattutto, alla produzione e consumo di cibi di origine animale e dell'olio di palma;

ad attivare misure di contrasto allo spreco alimentare in ossequio agli obiettivi enunciati nella Carta di Milano, ovvero nella riduzione del 50 per cento dello spreco alimentare al 2020, definendo delle azioni precise e improrogabili, per agire a più livelli: dalla produzione agricola per evitare le eccedenze, al riutilizzo nella catena alimentare destinata al consumo umano, fino al riciclo e al recupero, senza ricorrere alle discariche, per evitare l'incremento delle emissioni di metano e gas serra;

a riconoscere che la crisi ambientale non può essere affrontata se non abbandonando il paradigma della crescita economica infinita misurata attraverso la crescita del prodotto interno lordo e ad adottare indicatori di sostenibilità alternativi come il benessere equo e sostenibile (BES) o il genuine progress indicator (GPI), capaci di misurare lo sviluppo economico tenendo in considerazione gli aspetti ambientali e sociali;

a prevedere l'introduzione di specifici cicli di insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado per diffondere tra le giovani generazioni la conoscenza del fenomeno dei cambiamenti climatici, con particolare riferimento alle conseguenze socio-economiche e all'adozione di pratiche e stili di vita maggiormente compatibili con i mutamenti in atto;

ad istituire un servizio meteorologico nazionale distribuito (Smnd) con il compito di monitorare il cambiamento in atto nei vari ambiti nazionali (atmosfera, mare, ecosistemi) a supporto delle azioni e delle politiche condotte e messe in atto dalle istituzioni nazionali, regionali e locali.

(1-00951) «Busto, De Rosa, Daga, Mannino, Micillo, Terzoni, Zolezzi, Vignaroli, Agostinelli, Alberti, Baroni, Basilio, Battelli, Benedetti, Massimiliano Bernini, Paolo Bernini, Nicola Bianchi, Bonafede, Brescia, Brugnerotto, Businarolo, Cancelleri, Cariello, Carinelli, Caso, Castelli, Cecconi, Chimienti, Ciprini, Colletti, Colonnese, Cominardi, Corda, Cozzolino, Crippa, Da Villa, Dadone, Dall'Osso, D'Ambrosio, De Lorenzis, De Rosa, Del Grosso, Della Valle, Dell'Orco, Di Battista, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, Dieni, D'Incà, D'Uva, Fantinati, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Frusone, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Grande, Grillo, L'Abbate, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mantero, Marzana, Nesci, Nuti, Parentela, Pesco, Petraroli, Pisano, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Sibilia, Sorial, Spadoni, Spessotto, Tofalo, Toninelli, Tripiedi, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Villarosa».

 

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