MOZIONE, D’UVA M5S CAMERA, SU INTERVENTI PER CRESCITA E SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO

Atto Camera

Mozione 1-00065

presentato da

D'UVA Francesco

testo presentato

Lunedì 22 ottobre 2018

modificato

Martedì 23 ottobre 2018, seduta n. 69

La Camera,

premesso che:

i dati pubblicati dall'Istat relativi all'anno 2017 evidenziano ancora un grande divario tra Nord e Sud del Paese in termini di produttività delle imprese e benessere degli abitanti: il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno (19,4 per cento) è tre volte quello del Nord (6,9 per cento) e circa il doppio di quello del Centro (10 per cento); mentre diverse aree d'Italia, soprattutto quelle settentrionali, hanno avviato un percorso di ripresa dalla crisi, con livelli di occupazione tornati vicini a quelli del 2008 (66,7 per cento al Nord e 62,8 per cento nel Centro), il Sud resta ancora indietro di due punti (44 per cento) rispetto alle percentuali del 2008. Il divario occupazionale tra Nord e Sud è di oltre 20 punti, come quello che esiste tra Grecia e Germania. Sempre secondo i dati Istat 2017 le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni, e la situazione più drammatica si registra al Sud dove oltre uno su dieci vive in condizione di indigenza;

i dati Istat rilevano che nel 2017 il Pil ha registrato una crescita superiore alla media nazionale nel Nord, con un rialzo dell'1,8 per cento, un incremento lievemente inferiore nel Mezzogiorno, con un aumento dell'1,4 per cento, e un incremento più modesto nel Centro, dove la risalita non è andata oltre lo 0,9 per cento;

secondo il rapporto Svimez, presentato ad agosto 2018, la crescita dell'economia meridionale, nel triennio 2015-2017, ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi nel Sud; tale ripresa è stata trainata dagli investimenti privati, ma non dal contributo della spesa pubblica. I principali punti contenuti nel rapporto sono la forte disomogeneità di ripresa tra le regioni del Mezzogiorno (nel 2017 Calabria, Sardegna e Campania registrano il più alto tasso di sviluppo), l'incremento occupazionale debole e precario, l'ampliamento del disagio sociale, il divario nei servizi pubblici;

secondo valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla Svimez, nel 2017 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno dell'1,4 per cento, con un incremento rilevante rispetto al 2016 (0,8 per cento). La crescita è stata solo marginalmente superiore nel Centro-Nord (1,5 per cento), accelerando anche in quest'area rispetto al 2016 (0,9 per cento). L'incremento è stato quindi inferiore di 0,1 punti a quello rilevato nel resto del Paese in entrambi gli anni. Nonostante questa lieve crescita dopo sette anni di recessione interrotta (2008-2014), l'economia delle regioni meridionali soffre ancora degli effetti della crisi e sconta un forte ritardo non solo dal resto dell'Europa, ma anche dal resto del Paese: il prodotto è ancora inferiore del 10 per cento rispetto al 2007, con un recupero inferiore a oltre la metà di quello registrato nel Centro-Nord (-4,1 per cento);

nel corso del 2017 l'incremento dell'occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5 per cento), mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2 per cento). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita del 2,5 per cento nel 2016, il che dimostra che sono venuti meno gli effetti positivi degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni al Sud, introdotto nel 2016 e confermato negli anni successivi ma in un clima di incertezza. I dati relativi al primo trimestre 2018, anno in cui lo sgravio è stato ampliato nella platea dei beneficiari, mostrano un nuovo incremento delle stabilizzazioni e dimostrano che le misure di decontribuzione hanno un effetto significativo solo se certe nel tempo;

negli ultimi anni il peggioramento qualitativo del mercato del lavoro e la crescente precarizzazione hanno determinato, soprattutto nel Mezzogiorno, livelli di povertà crescenti, nonché un incremento delle occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione;

il rapporto Svimez evidenzia, altresì, un peggioramento del saldo migratorio dal Mezzogiorno, che è passato da –51,1 mila nel 2015 a –56,4 mila nel 2016, con una perdita di oltre 131 mila residenti. Gli emigranti che dal Sud si trasferiscono nel Centro-Nord sono individui prevalentemente in età lavorativa e con elevato titolo di studio. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Meridione 1 milione e 883 mila residenti, di cui la metà giovani tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto di laureati, il 16 per cento si è trasferito all'estero;

particolarmente significativo risulta il dato relativo alle immatricolazioni universitarie: 175 mila studenti, soltanto nel 2017, secondo lo Svimez, hanno scelto atenei del Centro-Nord che hanno registrato un flusso inverso di appena 18 mila studenti. Questo dato evidenzia un ulteriore massiccio fenomeno migratorio, che incide sui processi di desertificazione delle fasce demografiche meridionali giovanili, con una incidenza peraltro maggiore nelle grandi aree urbane e nei nuclei familiari con capacità di spesa medio-alte, contribuendo alla sottrazione di importanti indici di consumo interno;

secondo l'Anvur, l'Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca, il motivo principale non consiste tanto nel fatto che gli studenti ritengano gli atenei del Nord migliori di quelli del Sud, quanto nel fatto che il tessuto economico nel quale sono inseriti è molto più ricettivo di quello nel quale insistono le università meridionali in termini di servizi e di occupazione. Inoltre, le università meridionali sono state costrette in molti casi a ridurre l'offerta di corsi di studio a causa del progressivo venir meno dei finanziamenti. Questo evidenzia, ancora una volta, l'insufficienza infrastrutturale e delle politiche per il diritto allo studio nelle regioni meridionali, caratterizzate da una scarsa offerta di social housing e di borse di studio;

oggi, nello stato generale di rallentata crescita in cui, purtroppo, si ritrova il nostro Paese, anche grazie alle scarse politiche espansive dei governi precedenti, la migrazione, per gli italiani, in larga parte residenti nel Sud Italia, è diventata nuovamente, come in passato, l'unica possibilità per assicurarsi un'occupazione e un maggiore benessere economico;

in questo modo, la mobilità, nel nostro Paese, diventa esclusivamente unidirezionale, dall'Italia del Sud verso il Nord Italia e verso l'estero. L'esigenza, quindi, non è solo quella di agire sull'esodo, ma anche di favorire il rientro del nostro straordinario «Capitale Umano»;

a conferma della unidirezionalità del fenomeno migratorio è sufficiente citare alcuni numeri: dal 2006 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60,1 per cento, passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di iscritti. Al 1o gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) sono 4.973.942, l'8,2 per cento degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. I numeri dell'emorragia sono impressionanti e in crescita: i dati Istat parlano di 114.000 uscite nel 2016 (e quelli Ocse di 172.000 nel 2017), ma si tratta di dati basati sulle cancellazioni dalle anagrafi nazionali che quindi sottostimano pesantemente il fenomeno, e dovrebbero essere aumentate di almeno 2,5 volte: calcoli incrociati sull'emigrazione reale spaziano da 125 mila a 300 mila persone. Il problema è aggravato dal fatto che il 30 per cento di chi si trasferisce all'estero per lavoro è laureato; i giovani, la fascia dai 18-39 anni, rappresentano il 40 per cento. Quanto al titolo di studi si può stimare, per il 2016, un totale di 34 mila laureati e 39 mila diplomati. Tutto ciò non può lasciare indifferente il legislatore chiamato a trovare soluzioni finalizzate a far ritornare il Sud un polo di attrazione economico, culturale e intellettuale (il cosiddetto «Rientro dei Cervelli»);

gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici documentano un ampliamento delle diseguaglianze territoriali e del divario tra Nord e Sud, soprattutto in relazione al settore dei servizi socio-sanitari che maggiormente impatta sulla qualità della vita e sui redditi delle famiglie;

ancora oggi, nel Mezzogiorno, mancano o sono carenti i diritti fondamentali in termini di vivibilità dell'ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l'infanzia, che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti; l'intero comparto sanitario presenta differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale. I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema sanitario meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri e per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali, che sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto sui redditi;

questa carenza e questo indebolimento della qualità dei servizi pubblici e di prestazioni essenziali incidono sulla tenuta sociale dell'area meridionale e rappresentano il primo vincolo all'espansione del tessuto produttivo, facendo emergere un malessere economico, sociale, lavorativo, educativo e sanitario sempre più diffuso;

anche la mobilità delle persone e delle merci registra per chi vive e produce nel Sud costi privati più alti, talvolta proibitivi specialmente per le isole, le quali, da questo punto di vista, presentano condizioni di ulteriore svantaggio anche rispetto al resto del Mezzogiorno;

il Contratto per il Governo del cambiamento, capitolo «Sud», recita: «con riferimento alle regioni del Sud, si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio Mezzogiorno, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno del reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l'obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud»;

obiettivo del Governo è, quindi, mettere in campo tutte le politiche necessarie per ridurre l'ormai insostenibile e ingiustificato divario tra Nord e Sud e per favorire lo sviluppo omogeneo di un Paese che è attualmente a due velocità;

i fondi della coesione sono risorse preziose per l'Italia e, in particolare, per il Mezzogiorno, al fine di favorirne la trasformazione verso un'economia intelligente e inclusiva, per dare ai giovani l'opportunità di vivere e lavorare nei luoghi in cui sono nati, per innalzare la qualità dei servizi (scuole, sanità, trasporti), per rendere l'ambiente più verde e più resiliente rispetto ai rischi. Tuttavia la politica di coesione non può essere uno strumento risolutivo delle problematiche in cui versano le aree in ritardo se non accompagnata da investimenti nazionali adeguati; pertanto, affinché essa possa essere in grado di dispiegare pienamente i suoi effetti, occorre agevolarne e non ostacolarne i meccanismi di spesa;

occorre, pertanto, potenziare le capacità di programmazione e progettazione da parte delle Amministrazioni e rimuovere gli ostacoli di natura burocratica, nonché rendere tutti i soggetti, anche a livello locale, più consapevoli delle opportunità e delle procedure da attivare, puntando sulla qualità della spesa, in un quadro di regole più semplificato e più armonizzato rispetto a quello attuale;

la premessa essenziale per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo del Mezzogiorno passa tuttavia per la riqualificazione, l'ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all'amministrazione dello sviluppo e della coesione, per colmare i deficit in termini di risorse umane qualificate, in particolare sul versante della progettazione degli interventi, delle inefficienze organizzative a livello locale, della carenza di coordinamento strategico a livello nazionale e di volontà e/o capacità di attivare efficaci poteri sostitutivi;

la politica di coesione territoriale rappresenta, in questo quadro, uno dei principali assi portanti delle politiche regionali di sviluppo, in grado di favorire la convergenza tra le varie zone del Paese, e uno tra i pilastri fondamentali dell'integrazione europea dal punto di vista della funzione di politica di investimento che essa rivesta;

con riferimento ai fondi destinati al nostro Paese, nel quadro della nuova politica di coesione, le regioni svolgono un ruolo strategico e il loro coinvolgimento attivo è fondamentale per la realizzazione e la condivisione, insieme al livello nazionale, delle scelte programmatiche, in linea con l'attuazione del principio di sussidiarietà;

malgrado l'accelerazione intervenuta negli ultimi mesi, l'Italia è ancora lontana dal centrare gli obiettivi di spesa prefissati per le politiche di coesione, così come successo nel resto dell'Europa; tale ritardo costituisce un fattore assai grave considerato che questi fondi aggiuntivi rappresentano risorse fondamentali per il Sud da impiegare in modo più celere ed efficace;

in particolare, l'attuazione dei programmi europei sconta oggi un ritardo che interessa sia i Programmi operativi nazionali, sia quelli regionali, coinvolgendo, sebbene in misura differente, sia le regioni del Mezzogiorno, sia le regioni del Centro Nord: dai dati più aggiornati forniti dal Ministro per il Sud, le spese certificate ammonterebbero a 4,6 miliardi di euro, circa la metà degli obiettivi di spesa complessiva fissati dai regolamenti comunitari e che l'Italia è tenuta a certificare per evitare il rischio del disimpegno automatico, compreso, secondo le ultime stime, tra i 650 e i 750 milioni di euro;

per il ciclo di programmazione economica europea 2014-2020, la politica di coesione cofinanziata dai fondi strutturali, ha assegnato all'Italia un importo complessivo di risorse – compresa la quota di cofinanziamento nazionale e la quota addizionale di 2,4 miliardi di euro, attribuita all'Italia per effetto della crisi economica e finanziaria – pari a 54,2 miliardi di euro nell'ambito dell'obiettivo «Investimenti in favore della crescita e dell'occupazione»;

in particolare, le regioni del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) possono beneficiare di una quota complessiva pari a 20,9 miliardi di euro di fondi strutturali, di cui 13,6 miliardi di euro di risorse provenienti dal bilancio dell'Unione europea e 7,3 miliardi a titolo di cofinanziamento nazionale, mentre le regioni in transizione (Sardegna, Abruzzo e Molise) possono contare su poco meno di 1 miliardo di euro di quota europea e 1 miliardo di cofinanziamento nazionale;

le risorse a valere sul Fondo sviluppo e coesione per il medesimo periodo 2014-2020 ammontano a oltre 59 miliardi di euro, di cui l'80 per cento è destinato, per legge, alle aree del Mezzogiorno, cui si aggiungono le risorse ancora disponibili in attuazione dei cicli di programmazione dei Fondi sviluppo e coesione per gli anni 2000-2006 pari a 16,6 miliardi di euro (3,6 per il Centro Nord e 13 per il Sud) e 2007-2013, pari a 6,6 miliardi di euro (1,8 per il Centro Nord e 4,8 per il Sud). A queste risorse vanno inoltre aggiunte quelle destinate ai programmi complementari – che ammontano a 7,4 miliardi di euro per i Programmi operativi complementari (Poc) delle Amministrazioni centrali e per le regioni Sicilia, Calabria e Campania – e quelle del Piano azione e coesione pari a circa 8,9 miliardi di euro, quasi totalmente destinate al Sud. Ulteriori risorse, pari a 13,46 miliardi di euro hanno riguardato, nel 2016, interventi da realizzarsi nelle regioni e nelle città metropolitane del Mezzogiorno mediante appositi accordi inter-istituzionali denominati Patti per il Sud;

al perseguimento delle strategie e degli obiettivi dei Pon e dei Por concorrono infine le risorse dei Programmi operativi complementari 2014-2020, di cui una quota è utilizzata per il completamento dei progetti inseriti nella programmazione a valere sui fondi strutturali europei 2007-2013 non conclusi alla data del 31 dicembre 2015;

a seguito della presentazione, il 2 maggio scorso, dell'iniziativa sul nuovo quadro finanziario pluriennale (QFP) 2021-2027, la Commissione europea ha presentato un pacchetto di cinque nuove proposte di regolamento, relative alla futura Politica di coesione dell'Unione europea per gli anni 2021-2027, attualmente in piena fase negoziale. Tale proposta va nella direzione di aumentare la flessibilità nell'utilizzo dei fondi, sia con riferimento alle procedure di programmazione e riprogrammazione sia con riferimento alle possibilità di trasferire una parte dei fondi verso altri programmi e strumenti previsti dal bilancio europeo, inclusi i programmi a gestione diretta della Commissione;

per favorire il coinvolgimento delle autorità competenti a livello locale e territoriale nella futura gestione dei fondi destinati al nostro Paese è stato di recente istituito dal Governo un gruppo di lavoro tecnico sulla programmazione 2021-2027, che prevede un confronto costante tra Regioni e Dipartimento per le Politiche di coesione, che si impegnano a cooperare insieme per la formulazione di istanze e proposte condivise, da presentarsi in sede di negoziato UE;

l'obiettivo è quello di utilizzare in maniera più corretta ed efficiente la gestione dei fondi comunitari destinati in primis alle Regioni del Mezzogiorno, accelerando la spesa attraverso un controllo costante sulla capacità di investire la totalità dei fondi a disposizione dell'Italia e il confronto con le istituzioni locali, per sostenere le eccellenze e portare nel nostro Paese crescita, servizi e occupazione;

l'articolo 7-bis del decreto-legge 29 dicembre 2016, n. 243, recante «Interventi urgenti per la coesione sociale e territoriale, con particolare riferimento a situazioni critiche in alcune aree del Mezzogiorno» dispone che le Amministrazioni Centrali si conformino all'obiettivo di destinare agli interventi nei territori del Mezzogiorno un volume complessivo annuale di stanziamenti ordinari in conto capitale proporzionale alla popolazione di riferimento. L'obiettivo è quello di riequilibrare il rapporto tra i due principali canali finanziari che compongono la spesa in conto capitale nel Mezzogiorno: le risorse ordinarie e quelle derivanti dalla politica aggiuntiva, sia comunitaria (Fondi Strutturali e relativo Cofinanziamento nazionale) che nazionale (Fondo di Sviluppo e Coesione). In particolare, le risorse ordinarie verrebbero orientate al rispetto del principio di equità, finalizzato a far sì che il cittadino, a qualunque area del Paese appartenga, possa potenzialmente disporre di un ammontare di risorse equivalente, mentre le risorse della politica aggiuntiva, prevalentemente destinate al Sud, hanno la funzione di garantire la copertura del divario ancora esistente, dando attuazione al comma 5 dell'articolo 119 della Costituzione,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative per rafforzare ed estendere, sotto molteplici profili, l'efficacia del regime agevolativo previsto dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, comunemente chiamato «Controesodo» al fine di facilitare il ritorno e il radicamento dei lavoratori che trasferiscono la loro residenza in Italia e in particolare nelle regioni meridionali e di trattenere quelli già rientrati, tenuto conto che il «capitale umano» del nostro Paese è indispensabile per la crescita economica;

2) ad adottare iniziative per definire progetti finalizzati al rientro di giovani ad alta qualificazione e specializzazione nelle regioni di provenienza, al fine di invertire i consistenti flussi di migrazione verso il Nord e l'estero;

3) a promuovere specifiche misure in favore delle università aventi sede nelle regioni meridionali, al fine di far loro recuperare, con risorse economiche contenute, le potenzialità di crescita dell'offerta formativa venute meno a causa della riduzione dei trasferimenti finanziari, per renderle nuovamente attrattive per tutti quei giovani che oggi si trasferiscono altrove per l'assenza di corsi di laurea innovativi, magari introducendo processi di internazionalizzazione degli atenei del Sud, con particolare riferimento ad accordi di partnership con le più importanti ed avanzate università del mondo;

4) ad adottare iniziative per potenziare e rendere più efficaci le misure di incentivazione agli investimenti nel Mezzogiorno, soprattutto in settori innovativi, al fine di favorire la ripresa del sistema produttivo meridionale;

5) ad adottare iniziative per prevedere per il Mezzogiorno misure di sostegno per la creazione di giovani start up specializzate in business emergenti capaci di reggere la sfida internazionale e per il rafforzamento delle scale up, in specie se operanti in settori di interesse generale, anche non aventi carattere industriale o commerciale e realizzati mediante progetti di partenariato pubblico/privato;

6) ad adottare iniziative per avviare e/o potenziare la costituzione di uno o più cluster tecnologici al fine di favorire l'insediamento nel Mezzogiorno di imprese scientifiche e tecnologiche operanti in specie nei settori sanitario, informatico, delle telecomunicazioni, dell'agricoltura e ricerca, in raccordo con le università;

7) ad accelerare, in relazione alla situazione del Mezzogiorno, l'avvio delle zone economiche speciali istituite ai sensi dell'articolo 4 del decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, per creare condizioni più vantaggiose in termini economici, finanziari e amministrativi per lo sviluppo di imprese già operanti o che si insedieranno in tali aree;

8) a promuovere in sede nazionale e in ambito europeo specifiche misure per la salvaguardia della «continuità territoriale», in particolare mediante l'incentivazione del trasporto integrato e intermodale e l'efficientamento degli hub aeroportuali e ferroviari, al fine di calmierare gli attualmente elevati costi della mobilità;

9) ad adottare iniziative per potenziare le misure relative agli sgravi contributivi per i neo assunti, estendendo e rendendo permanenti le disposizioni concernenti la riduzione dei contributi in favore dei datori di lavoro privati che assumono con contratto di lavoro dipendente giovani disoccupati, introdotte dalla legge di bilancio n. 205 del 2017 e confermate per le nuove assunzioni nel biennio 2019-2020 dal decreto-legge n. 87 del 2018, anche alle assunzioni di personale over 35 nelle regioni del Mezzogiorno;

10) ad adottare specifiche iniziative, in particolar modo di trattamento fiscale, in favore dei pensionati italiani e stranieri che intendano trasferire o recuperare la propria residenza nelle regioni meridionali, invertendo al contempo il fenomeno della cosiddetta «fuga dei pensionati italiani» verso l'estero, per la sola ragione di rinvenirvi normative fiscali e finanziarie di favore, come quella vigente in alcuni Paesi anche europei, per i cittadini stranieri che decidano di trasferirvisi dall'estero;

11) ad adottare iniziative per estendere gli incentivi fiscali dell'intervento «Resto al Sud», introdotti dal decreto-legge n. 91 del 2017, che sono misure di sostegno per la nascita di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani under 35 nelle regioni del Mezzogiorno, anche ai professionisti, con innalzamento dell'età di coloro che effettuano richiesta di accesso alle agevolazioni;

12) ad avviare una specifica programmazione infrastrutturale, di concerto con le regioni del Mezzogiorno, relativa alla realizzazione di specifici interventi di importanza strategica, anche mediante apposite procedure speciali che ne consentano la tempestiva esecuzione, al fine di colmare il divario esistente nei collegamenti tra Nord e Sud;

13) ad adottare iniziative per valorizzare e potenziare i sistemi logistico-intermodali del Meridione, in specie quelli portuali, così da ampliare la competitività delle aree interessate nel più ampio bacino del Mediterraneo, anche al fine di facilitare la creazione di economie di scala;

14) ad adottare iniziative per potenziare le strutture ospedaliere territoriali del Sud colmando le insufficienze di personale qualificato, strutturali e la carenza di tecnologie avanzate, evitando così l'incremento della mobilità ospedaliera nelle regioni del Centro-Nord con conseguenti ripercussioni sulla spesa delle famiglie;

15) ad adottare le iniziative di competenza per migliorare la gestione dei rifiuti nel Mezzogiorno, potenziando i sistemi di raccolta differenziata e di riutilizzazione dei materiali e di chiusura del ciclo dei rifiuti;

16) ad avviare, implementare, coordinare i sistemi di monitoraggio nell'ambito dei progetti delle cosiddette smart city, con particolare riguardo al Sud;

17) a qualificare il rapporto tra la filiera della produzione agricola del Mezzogiorno e la grande distribuzione commerciale, valorizzando in specie le produzioni DOP e IGP, anche al fine di assicurare ai produttori un equilibrato tasso di remunerazione;

18) a sostenere gli interventi di ripristino delle coltivazioni e delle aree boschive del Mezzogiorno, al fine di contenere il consumo del territorio e di contrastare i fenomeni di desertificazione e di erosione dei suoli;

19) sulla scia di quanto già attuato con l'istituzione della cabina di regia del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020, ad adottare tutte le opportune iniziative, anche attraverso il ricorso ai necessari strumenti di semplificazione normativa e amministrativa, per potenziare le capacità di programmazione e progettazione da parte delle amministrazioni competenti nell'ambito della politica di coesione, rimuovendo gli ostacoli di natura burocratica, al fine di assicurare una maggiore e più stretta integrazione tra gli attori istituzionali coinvolti nell'attuazione delle politiche di coesione territoriale; in tale direzione, anche in relazione ai gravi ritardi accumulati nella spesa comunitaria e nei cosiddetti patti per il Sud, a prevedere apposite gestioni straordinarie ed emergenziali per quegli interventi che, di concerto con le regioni, fossero ritenuti essenziali e urgenti per il Sud;

20) a rafforzare il ruolo di supporto svolto dall'Agenzia di coesione territoriale a favore delle autorità di gestione e delle singole amministrazioni interessate nel raggiungimento degli obiettivi di spesa, affinché si persegua l'obiettivo di un più efficace ed efficiente utilizzo delle risorse a disposizione, anche mediante il ricorso a specifiche azioni di supporto amministrativo e l'implementazione di un'attività di monitoraggio rafforzato finalizzata a verificare lo stato effettivo della programmazione attuativa dei programmi operativi regionali – POR del fondo europeo di sviluppo regionale (FESR);

21) ad adottare iniziative per procedere nell'opera di semplificazione delle modalità di gestione amministrativa del fondo per lo sviluppo e la coesione, attraverso la concentrazione e la standardizzazione delle procedure e dei compiti degli organismi tecnici e facilitando il ricorso alla digitalizzazione dei flussi dei dati, evitando la proliferazione di strumenti che determino inefficienze nella realizzazione degli interventi finanziari e situazioni di incertezza per le amministrazioni;

22) a continuare il dialogo già in corso con le istituzioni dell'Unione europea, anche attraverso la partecipazione ai consessi comunitari, a partire dal Consiglio affari generali formazione e coesione, al fine di sostenere, con azioni concrete e nelle opportune sedi comunitarie, il perseguimento degli obiettivi fissati dal Trattato di funzionamento dell'Unione europea sulla politica di coesione economica, sociale e territoriale, per eliminare il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni europee;

23) ad adottare tutte le iniziative necessarie per assicurare, con particolare riguardo al Mezzogiorno, il corretto ed efficace impiego dei fondi strutturali europei a disposizione per il periodo di programmazione 2014-2020, al fine di raggiungere i target prefissati per il nostro Paese e migliorarne il loro utilizzo anche attraverso il ricorso a un sistema di regole più armonizzato tra i diversi fondi e strumenti del bilancio dell'Unione europea;

24) a rispettare il principio della destinazione territoriale nel caso dei fondi strutturali di cui sopra che risultino utilizzabili in base al meccanismo del disimpegno automatico, ovvero in seguito a riduzione del cofinanziamento nazionale o a riprogrammazione, facendo confluire tali risorse nei programmi complementari dei territori a cui sono stati precedentemente assegnati;

25) ad adottare iniziative per rispettare la destinazione di una quota pari ad almeno il 34 per cento della spesa pubblica alle regioni del Sud, in attuazione a quanto disposto dall'articolo 7-bis del decreto-legge 29 dicembre 2016, n. 243;

26) ad avviare le iniziative di competenza per il potenziamento e la riqualificazione della rete stradale interna del Mezzogiorno al fine di consentire una mobilità regolare e senza disagi, e di invertire la tendenza negativa allo spopolamento di intere aree, determinata da collegamenti inadeguati ovvero caratterizzati da standard di sicurezza ridotti;

27) ad elaborare, di concerto con le regioni e con gli operatori del settore, un piano strategico per la mobilità urbana nel Meridione, al fine di prevedere specifiche misure di incentivazione per enti locali e/o soggetti privati che intendano realizzare progetti – anche sperimentali – nelle città del Sud Italia;

28) ad adoperarsi nelle apposite sedi per un adeguamento e potenziamento dell'infrastruttura ferroviaria nel Mezzogiorno e nelle isole, per la realizzazione dei collegamenti veloci, anche nelle aree più remote o disagiate;

29) a promuovere misure straordinarie di intervento volte a ridurre significativamente il digital divide, specie in tema di banda larga, che interessa le aree del Mezzogiorno, soprattutto quelle più interne, anche al fine di consentire alle amministrazioni locali l'espletamento di tutte le funzioni e l'erogazione di tutti i servizi per la cittadinanza.

(1-00065) «D'Uva, Molinari».

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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