OLIO D’OLIVA, CPOL, OLIVICOLTORI LAZIO: NON SERVE UN ALTRA SUPER DOP

Il Lazio vale circa il 10% del consumo nazionale di olio, che incide sulla produzione nazionale per il 18%. La produzione regionale di olio, nell’ultima campagna 2017-18 è stata di circa 185mila tonnellate collocandola così il al 4°posto nella produzione nazionale dopo Puglia, Calabria e Sicilia ma prima di Toscana, Campania ecc. Tale produzione, su una superficie di oltre 86mila/ha con circa 80mila produttori coinvolti, si è così ripartita per provincia: Roma 44mila q.li, Latina 42mila, Viterbo 40mila, Frosinone 32mila e Rieti 26mila.

Il Lazio conta attualmente 4 Dop riconosciute: Canino, Tuscia, Sabina e Colline Pontine. Complessivamente la produzione certificata è stata di circa 4mila q.li (media anni 2014-16 su dati Istat-Ismea) con poche centinaia di produttori coinvolti. La più significativa, da sempre, resta la Dop Sabina con una produzione certificata di circa 2500 q.li. Tali dati, quasi irrilevanti rispetto alle potenzialità, dimostrano che l’olivicoltura laziale, alle prese con una campagna in corso disastrosa, avrebbe bisogno di tutto,tranne che di una ulteriore “Super-Dop” che invece sembra profilarsi dalle osservazioni sul disciplinare proposto, fatte pervenire al Mipaaf e che hanno avviato una procedura di opposizione.                                                                                                                                                                                                           Siamo, infatti, convinti sostenitori che la produzione di EVO laziale va valorizzata tutta cercando di collocarla sia qualitativamente che commercialmente in una posizione mediana tra il 100% italiano e le Dop, in tale senso l’IGP Olio di Roma rappresenta una opportunità da cogliere per tutti gli olivicoltori laziali, facendo attenzione però a non soffocarla con troppi vincoli ed obblighi.  Le perplessità, rispetto ad alcune modifiche da proporre al disciplinare in via di definizione, nascono giacché potrebbero tagliare fuori diverse tipologie di olio laziale, e “sacrificare” le Dop esistenti che invece dovrebbero essere considerate e valorizzate come “eccellenze” visti anche i limiti citati. Riteniamo in generale, troppo stringenti i vincoli suggeriti dalle modifiche proposte, in particolare, ma non solo, quelli sulle caratteristiche chimico-fisiche, sono di fatto più rigidi delle norme che regolano le attuali DOP laziali. A noi sembra che il disciplinare così come elaborato alzi sufficientemente il livello qualitativo dell’extravergine convenzionale laziale, evitando il rischio di costruire un sistema di tutela che invece di rendere ancora più competitiva la qualità degli oli laziali sui mercati nazionali ed esteri, finisca col frenare e soffocarne le potenzialità.                                                                  Consideriamo infatti, per certi aspetti, tale opportunità un riorientamento del comparto alle logiche di mercato che spesso pretende semplicità comunicativa e una maggiore riconoscibilità del nome geografico. Ma chiede anche una maggiore massa critica, possibile anche con blend di oli laziali, così da poter, con una efficiente organizzazione dell’offerta, meglio affrontare il mercato sia interno che estero.                                                                                                                                 Consapevoli però che non basta la sola denominazione “Olio di Roma” per quanto spendibile a far vendere il prodotto, e che il bollino Ue, regionale o meno che sia, deve rappresentare un punto di

partenza e non di arrivo,  di una più ampia strategia di valorizzazione e di agro-marketing, il CPOL-consorzio  produttori olivicoli del lazio nell’ interesse dei suoi soci presenti nelle province di Latina, Frosinone, Rieti e Roma, in buona sostanza non ritiene opportuno condividere, le osservazioni formulate e giunte al Ministero, tranne quelle relative all’ampliamento della zona di produzione e delle varietà.

Spiace, infine, prendere atto di non avere avuto alcuna possibilità di confronto ed eventuale condivisione con il proprio organismo nazionale e/o suoi delegati e avere appreso, solo recentemente per caso e da fonti esterne, di una sua posizione in merito al disciplinare dell’Igp laziale. Posizione ci sembra, presa con un approccio alquanto discutibile, per la totale mancanza di percorso condiviso almeno con una parte dei produttori laziali aderenti; oltrechè insolito visto che non ci risultano, da parte di organismi nazionali, le stesse “attenzioni” nei confronti di altri disciplinari più o meno similari ( vedi Igp Calabria). Non vorremmo che tali attenzioni siano condizionate o in qualche modo frutto delle recenti forti turbolenze createsi nel comparto oleario italiano, ma che non si riscontrano e non interessano  chi tutti i giorni è alle prese con potature, concimazioni, mosca, scarsi raccolti e remunerazioni insufficienti. Purtroppo però abbiamo presente una vecchia citazione sempre attuale: “ a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca “.

Confidiamo nel buon senso delle Istituzioni pubbliche preposte e di tutti i soggetti  coinvolti ad una soluzione rapida e volta a creare le condizioni affinché l’IGP Olio di Roma possa rappresentare una vera opportunità.

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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