PAC, STUDIO RIVELA CHE PAESI EUROPA CENTRO ED EST SONO I PIU AVVANTAGGIATI. MA CHIEDONO LIVELLAMENTO CHE COSTEREBBE A ITALIA 6 MLD DI EURO. ECCO PERCHEA RIMETTERCI GLI AGRICOLTORI ITALIANI E TUTTO IL MADE IN ITALY AGROALIMENTARE

Un recente studio realizzato dal Center for Global Development ha misurato, parrebbe per la prima volta, il livello complessivo di sostegno che, tramite la politica agricola europea (PAC), è assicurato ai diversi Paesi membri, arrivando ad una conclusione ribaltata rispetto a quanto normalmente si ritiene.

Ad essere maggiormente avvantaggiati, con un livello di sussidi più elevato, sono i Paesi di nuova adesione della Ue e cioè quelli dell’Europa centrale ed orientale, i quali invece si ritengono penalizzati.

Sono convinti di ciò a tal punto che, nell’ambito del negoziato sul bilancio pluriennale 2021-2027, all’interno del quale si decidono alcuni grandi temi della PAC futura, stanno portando avanti una vivace battaglia per avere più fondi, sottraendoli agli altri Paesi membri, tra i quali naturalmente l’Italia.

Nel corso di una recente audizione al senato, Giuseppe Blasi, il direttore del dipartimento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale del MIPAAF, ha affrontato tale questione che potrebbe riservare brutte sorprese per gli agricoltori italiani, con un ulteriore sacrificio in termini di contributi annuali incassati.

In gergo tecnico la controversia è indicata con il termine, a prima vista poco comprensibile, di “convergenza esterna” che altro non è se non una manovra, da eseguire nell’ambito della riforma PAC post 2020 in discussione, il cui effetto finale è di portare verso il completo livellamento (è il desiderio dei paesi dell’Europa centrale e orientale) o verso un avvicinamento (questo è l’auspicio italiano), l’importo dei pagamenti diretti per ettaro a favore degli agricoltori.

Oggi, non è così, giacché in Italia e negli altri vecchi Paesi membri della Ue, il livello dei contributi per ettaro è più alto, anche se in avvicinamento, grazie alle recenti riforme della PAC che, in passato, hanno affrontato tale nodo critico. Di convergenza esterna se ne è già parlato ed è stata alla fine applicata con la riforma del 2013.

Il tema della convergenza esterna è poco conosciuto in Italia. Così non è, ad esempio, in Polonia, dove, durante le ultime elezioni politiche, il partito vincitore che ora guida il governo ha utilizzato la convergenza esterna come uno slogan nella propria campagna elettorale.

Blasi ha fornito due dati che sono piuttosto eloquenti. La proposta di convergenza esterna parziale, formulata dalla Commissione Ue a metà 2018 comporterebbe per l’Italia una perdita di 238 milioni di euro. Nel caso invece prevalesse l’ipotesi di allineamento, la perdita per il nostro Paese salirebbe a 6 miliardi di euro.

Non resta dunque che difendersi dalle pretese dei nostri partner europei e lo studio dell’organismo internazionale con base a Londra potrebbe aiutare a contrastare le loro aspirazioni.

Gli analisti hanno utilizzato la metodologia messa a punto dall’OCDE, con la differenza che l’hanno applicata non solo all’Unione europea nel suo complesso, ma a tutti i 28 Stati membri individualmente.

Sono stati presi in considerazione le diverse forme di sostegno pubblico, come i pagamenti diretti, le politiche di sviluppo rurale e le misure di mercato. In quest’ultima categoria rientrano le barriere all’importazione, tra i quali ci sono i famosi dazi che, evidentemente, non sono un’arma di proprietà esclusiva dell’America di Trump.

Il rapporto conduce ai seguenti stupefacenti esiti:

  • Il livello di sostegno ai produttori è pari al 18,4% del valore della produzione agricola per l’intera Unione europea. In pratica, ogni 100 euro incassati, 18,4 vengono dai trasferimenti dei consumatori e dei contribuenti.
  • Il livello dell’indicatore registra un valore minimo per l’Olanda (3,6%) e massimo per la Lettonia (29,5%).
  • Tutti i paesi dell’Europa centrale ed orientale hanno valori di sostegno pubblico in rapporto alla produzione agricola superiore rispetto alla media Ue, fatta eccezione della Polonia (16,6%).
  • L’Italia si colloca nella metà bassa della graduatoria, con un coefficiente del 16,1%. Ci sono 7 paesi che registrano un valore inferiore: Cipro, Germania, Lussemburgo, Malta, Belgio, Danimarca, Olanda.
  • Gli autori del rapporto (si veda qui: https://www.cgdev.org/sites/default/files/Mitchell-EU-Ag-Subsidies-Final_0.pdf) notano come molti convinti tradizionali sostenitori della spesa agricola, come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Italia e la Polonia, sono tutti collocati al di sotto del valore medio. La Francia è appena al di sopra; mentre la Germania è nella parte più bassa.

La conclusione cui arriva lo studio è che la politica agricola europea anzichè essere “comune” è in realtà “non comune” ed è un ostacolo alla libera concorrenza.

A tale considerazione, se ne aggiunge un’altra che riguarda il tema della convergenza esterna dei pagamenti diretti, oggi all’ordine del giorno sui tavoli politici di alto livello dell’Unione europea. Le richieste dei paesi dell’Europea centrale ed orientale di rendere omogenei il loro livello per l’intera Ue non sono giustificate, anzi andrebbero ad accentuare un disequilibrio che già oggi è a loro favore.

Ermanno Comegna

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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