PENSIONI, CENSIS-CONFCOOPERATIVE: ENTRO IL 2050 A RISCHIO POVERTA 5,7 MLN DI LAVORATORI

Precari, Neet, working poor e “lavoro gabbia”, un esercito di 5,7 milioni di lavoratori che, se questa tendenza non dovesse essere invertita, rischiano di alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050. Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva che caratterizza molte attività lavorative rappresentano un pericoloso mix di fattori che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese, dove le condizioni di nuove povertà, determinate da pensioni basse, saranno aggravate, inoltre, dall’impossibilità, per molti lavoratori, di contare sulla previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico. È quanto emerge dal focus Censis Confcooperative “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.

«Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Non sono temi di questa o di quella parte politica, ma riguardano il bene comune del paese. Sul fronte della povertà il Rei con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà delle prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione».

Assistiamo, infatti, a una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una decisa divaricazione del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione (tab. 1). A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

Tab. 1 - La dinamica delle pensioni nel confronto fra padre e figlio
Tipologia di entrata e uscita dal lavoro Rapporto fra l’importo della prima rata annua di pensione ed il livello dell’ultima retribuzione annua ottenuta lavorando
Ex dipendente di 74 anni con carriera continuativa. Ha iniziato a lavorare nel 1972 a 28 anni. Uscito dal lavoro nel 2010 84,3%
Dipendente oggi di 35 anni con carriera continuativa. Ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni. Uscirà dal lavoro nel 2050 69,7%
Fonte: elaborazioni Censis su dati RGS

Questo nella migliore delle ipotesi. Rischia di andare molto peggio a 5,7 milioni di persone. Infatti sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia” (Tab. 2) confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. A tutto ciò si aggiunge un problema di adeguatezza del “rendimento economico” del lavoro che espone al rischio della povertà.

Tab. 2 – Lavoratori a rischio povertà in Italia (*). 2016 (v.a. e val.%)
Lavoratori 20-29 anni a rischio povertà (val.%) 12,1
Stima lavoratori 20-29 anni a rischio povertà

(v.a. in migliaia)

320
Stima lavoratori totali a rischio povertà

(v.a. in milioni)

2,7
 
(*) Che vivono in famiglie con reddito disponibile equivalente dell'anno precedente inferiore alla soglia di rischio di povertà

 

Lavorare, quindi, può non bastare. Per i giovani, in particolare, lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, segnala in maniera ancora più marcata la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare. Questo effetto di “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è poi messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno via via diffondendo. Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. La scelta obbligata di lavorare meno ore rispetto alla propria volontà evidenzia una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito, tanto da diventare causa di marginalità rispetto alla potenziale disponibilità del lavoratore (tab. 3).

Tab. 3 - Sottoccupati e part-time involontario 25-34enni, media I-III 2017 (v.a. in migliaia e val.%)
Occupati 25-34 anni (v.a. in migliaia)                  4.100
% sul totale occupati                    17,9
Sottoccupati 25-34 anni (v.a. in migliaia)                      171
% sul totale sottoccupati                    23,2
% sul totale occupati 25-34 anni                      4,2
Occupati con part-time involontario 25-34 anni (v.a. in migliaia)                      656
% sul totale occupati con part-time involontario                    24,9
% sul totale occupati 25-34 anni                    16,0
Occupati 25-34 anni in posizioni non qualificate (v.a. in migliaia)                      415
% sul totale occupati in posizioni non qualificate                    16,5
% sul totale occupati 25-34 anni                    10,1
   
Fonte: elaborazione Censis su dati Istat

Il dettaglio regionale fa emergere la forte differenza socio economica tra Nord e Sud. Anche solo guardando al fenomeno dei Neet, nella fascia 25-34 anni (totale 2 milioni), i giovani che non lavorano e non studiano che vivono nelle sei regioni del Sud sono oltre la metà, ben 1,1 milioni, di cui 700mila circa concentrati in sole due regioni: Sicilia (317mila) e Campania (361mila) (tab. 4).

Tab. 4 - Indicatori del mercato del lavoro, Neet 25-34 anni per regione, 2016 (v.a. e val.%)
 
  25-34 anni
  Tasso di occupazione Tasso di disoccupazione Tasso di inattività Neet

(v.a. migliaia)

Piemonte 69,9 14,3 18,4 103,2
Valle d'Aosta 72,3 12,0 17,9 2,9
Liguria 64,4 15,5 23,8 36,4
Lombardia 76,1 8,9 16,5 206,7
TrentinoAltoAdige 77,1 6,6 17,5 19,7
Veneto 73,2 10,7 18,1 109,7
FriuliVeneziaGiulia 70,1 11,3 21,0 27,4
EmiliaRomagna 73,2 9,9 18,7 93,1
Toscana 71,0 12,4 18,9 79,0
Umbria 67,6 15,3 20,2 21,8
Marche 66,0 16,7 20,8 43,3
Lazio 62,4 16,7 25,1 181,2
Abruzzo 57,1 17,5 30,9 48,8
Molise 53,1 22,9 31,1 13,4
Campania 40,6 30,4 41,7 360,9
Puglia 45,1 29,7 35,9 208,6
Basilicata 48,8 23,5 36,1 26,7
Calabria 35,7 38,8 41,6 135,3
Sicilia 40,1 31,4 41,6 316,9
Sardegna 47,6 29,3 32,8 72,9
Totale Italia 60,3 17,7 26,8 2.107,8

Fonte: elaborazione Censis su dati Istat

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