QUOTE LATTE, LA CONCLUSIONE DELLA RELAZIONE VOLUTA DA ZAIA, IL GIP ARCHIVIA: DATI FALSI ERANO NOTI. TUTTI COLPEVOLI E CONNIVENTI. SISTEMA ALTERATO PER ANNI DA CENTRI DI POTERE OCCULTI MA NESSUN RESPONSABILE INDIVIDUABILE. IL DECRETO

Si chiude il capitolo relativo alle quote latte. Il giudice delle indagini preliminari Paola di Nicola rigetta le opposizioni proposte e accoglie la richiesta di archiviazione del procedimento nei confronti di ignoti ordinando la restituzione degli atti al pubblico ministero. Chiedendo di comunicare alle parti e per conoscenza al ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e del turismo Gian Marco Centinaio.

Il decreto di archiviazione della questione quote latte emesso in data 5 giugno 2019 dal Tribunale di Roma parla chiaro:

i dati a fondamento del calcolo delle multe sono falsi;

-      la falsità dei dati era nota da 20 anni a tutte le Autorità amministrative e politiche, con ingenti danni all’erario;

-      la Corte di Giustizia Europea con la sentenza n. C-433/15 del 24 gennaio 2018 ha affermato che vi è la prova certa che l’Italia abbia assunto comportamenti lacunosi e negligenti;

-      vi è certezza che i dati dei capi in lattazione forniti da AGEA siano falsi e quelli dell’IZS inattendibili;

-      come quanto emerso dalle indagini del Colonnello Mantile abbia evidenziato la falsità dei dati;

-      informativa del ROS del 23 luglio 2019 ha confermato capi inesistenti, latte in nero e dati falsi ed inattendibili.

Nello specifico, secondo il giudice delle indagini preliminari, i dati posti a fondamento del regime delle quote latte in Italia “sono non veritieri - si legge nel decreto - in quanto fondati su autodichiarazioni spesso false e sul sistema di calcolo errato”. Ma non solo: “ la falsità dei dati è nota a tutte le autorità amministrative e politiche rimaste consapevolmente inerti per vent’anni per evitare di scontentare singole corporazioni o singoli centri di interesse così determinando ingenti danni allo Stato italiano che ha pagato le multe e agli allevatori /produttori che fino ad oggi hanno rispettato le regole tanto da compromettere il regime delle quote e distorcendo la concorrenza”.

Di Nicola richiama poi la sentenza del 24 gennaio 2018 C-433 /15 della commissione europea contro la Repubblica italiana in cui nei paragrafi 45 e 46 “vi è prova certa che il nostro paese abbia assunto comportamenti negligenti e lacunosi come è confermato dai pareri della Corte dei conti italiana e dalle commissioni di inchiesta governative e parlamentari”.

In sostanza secondo la giudice “l’unica certezza è che i dati sui capi che producono latte sono falsi e i numeri forniti da Agea e dell’Istituto zooprofilattico sperimentale di Teramo sono del tutto inattendibili”.

In particolare, si legge ancora nel decreto, da l 1 gennaio 2010 sono emersi 5.763. 822 capi da latte che, superati i 24 mesi di età, non risultavano aver mai partorito”. Una vicenda paradossale dato che iniziano a produrre latte solamente dopo il parto. “É plausibile che tali capi possano occultamente contribuire nella produzione del cosiddetto latte in nero e favorire le cosiddette compensazioni come già emerso nei lavori della commissione Mariani. La presenza di tali rilevanti anomalie preclude qualsiasi calcolo preciso sul numero di capi da latte potenzialmente in lattazione”.

In conclusione secondo il giudice “il numero di 5. 753. 822. 000 di bovini improduttivi e senza alcun evento di parto pari al 61% degli animali da latte italiano inseriti nelle banche dati nazionali in uso ad Agea e alla IZS costituisca la prova della totale in attendibilità e falsità abitati del sistema”.

La sentenza di archiviazione da ragione a Zaia che fu ascoltato dalla Procura di Milano che stava portando avanti invece la tesi opposta, ovvero che tutto era stato messo in opera per consentire agli splafonatori di non pagare il dovuto. Lo stesso Zaia che all’epoca fu accusato di aver reso pubblica la relazione da lui commissionata per paura di eventuali insabbiamenti.

D’altra parte le legge 33 era basata sui dati ufficiali. Nel momento in cui i dati vengono considerati "falsi e inattendibili", per la proprietà transitiva viene in automatico che le multe non possono essere pagate. Vero quindi quanto dice Ambrosio a Mantile nel colloquio registrato nel luglio 2010 (che all'epoca era Capo di Gabinetto del Ministro Galan e non di Zaia come scritto per errore nella sentenza): se i dati sono falsi, crolla tutto il castello.

E ancora: “non si rintraccia una centrale criminale con individuate responsabilità personali ma diversi ambiti tecnico amministrativi che hanno creato negli anni fortissimi ed occulti centri di potere tutti convergenti nel violare regole e controlli con i sistemi più disparati per fare arricchire alcuni produttori e allevatori a discapito degli altri tanto viziare gravemente il mercato”. E infine Di Nicola scrive: “Per decenni una totale incapacità e superficialità e verosimili connivenze da parte degli organi di controllo degli assessorati all’agricoltura delle regioni nell’ottemperare ai propri obblighi di accertamento sui dati forniti dagli allevatori e dai primi acquirenti”.

“Una situazione che visto intrecciarsi negli anni malcostume, inerzia, negligenza, approssimazione, connivenze, collateralismo, assenza del senso delle istituzioni e rispetto delle regole minime di trasparenza e buon andamento della pubblica amministrazione da parte degli organi preposti ai controlli che per legge avrebbero dovuto provvedere tale da rendere difficile se non impossibile individuazione di responsabilità singole per fatti determinati come la sede penale impone”.

Qui di seguito AGRICOLAE pubblica il decreto:

Ordinanza GIP Roma 5.6.19

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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