GLIFOSATE, LETTERA APERTA DEL MONDO SCIENTIFICO A GIORNALISTA DI INDOVINA CHI VIENE A CENA: STUDIATE PRIMA DI FARE ALLARMISMO. E, COME TV PUBBLICA, SENTITE TUTTE LE VOCI

AGRICOLAE riceve e pubblica una lettera aperta da parte del gruppo Seta a firma di Donatello Sandroni, giornalista specializzato con laurea in scienze agrarie e dottorato in ecotossicologia, a Sabrina Giannini, giornalista di indovina chi viene a cena, in merito alla puntata andata in onda sul Glifosate e alla polemica che ne è scaturita sui social. In particolare a quanto dichiarato dalla giornalista agli agricoltori che quotidianamente lavorano la terra.

Lettera aperta a Sabrina Giannini, conduttrice su Rai 3 del programma “Indovina chi viene a Cena”.

Di Donatello Sandroni

Talvolta il sarcasmo sui social può rivelarsi gratuito e imprudente al contempo, specialmente nell’era in cui gli screenshot permettano di salvare traccia delle discussioni stesse.

Gratuito, si diceva, per la fatuità delle argomentazioni su cui poggia. Imprudente, perché sarebbe meglio verificare sempre con chi si abbia a che fare, prima di assumere atteggiamenti supponenti quando non addirittura sbruffoni. Una regola aurea che vale doppio quando ci si avventuri su terreni circa i quali non si possieda per lo meno una sufficiente infarinatura. Regola che non sembra particolarmente radicata in Sabrina Giannini, conduttrice di “Indovina chi viene a cena”, programma di Rai3 che spesso rilancia messaggi inquietanti sui prodotti per la difesa delle colture, i famigerati “pesticidi”.

Il 14 ottobre 2019, l’ennesimo capitolo. “Il Santo Gran”: questo il titolo della puntata incentrata sullo stagionato tema della pasta al glifosate, sbocciato nei primi mesi del 2017 con le ormai note analisi di diverse marche di pasta. Analisi commissionate da Granosalus, neonata associazione di Saverio De Bonis, oggi Senatore ex Cinque Stelle. Ex, in quanto espulso dal partito per alcune omissioni sul proprio passato giudiziario.

Nonostante l’effimero tema della “pasta al glifosate” stia quindi per accendere la terza candelina, pare rimanga un evergreen buono per qualsiasi stagione. E a nulla vale che siano già stati forniti approfondimenti più che sufficienti per bollare l’intera querelle come la classica montagna che partorisce il topolino.

A carico dei consumatori non vi è infatti alcun rischio sanitario derivante dai residui nei cibi, posizione ribadita dalle Autorità europee appositamente preposte, ma giornali e programmi televisivi vanno comunque riempiti e pare non vi sia nulla di più intrigante di un erbicida che finisce nel cibo italiano per antonomasia: la pasta. Se poi la multinazionale è americana, bingo. Poco importa che quei residui siano perfettamente nei limiti legali, come pure siano da centinaia a migliaia di volte inferiori alla soglia di sicurezza sanitaria per l’Uomo. Senza contare poi che durante la cottura l’idrofilia di glifosate e la sua “fragilità” strutturale fanno sì che di quel residuo trovato nella pasta cruda, una volta cotta e scolata, ne resti solo una frazione, essendone finita buona parte nell’acqua di cottura e tramite questa nel lavandino. Quindi l’affare glifosate nella pasta è sostanzialmente il Nulla. Una non-notizia sia dal punto di vista scientifico, sia da quello normativo. Ma sul Nulla a volte si possono costruire intere puntate e catturare in tal modo l’attenzione del pubblico.

In fondo, per evitare tali servizi basterebbe guardare qualcos’altro e il problema non si porrebbe neanche. Cosa che personalmente faccio da anni, salvo andarmi a rivedere le puntate su web quando mi vengano segnalate da miei contatti professionali, scandalizzati per quanto è stato confezionato e servito via etere. Da quando però i social ne hanno integrato la diffusione, anche Facebook può diventare una rete in cui, volenti o nolenti, si finisce “taggati” da chi sia curioso di sapere tu, esperto in materia, cosa ne pensi di quella data puntata. E anche se non si affonda più di tanto il dito nella piaga, ricordando solo che tu mai verrai intervistato, altrimenti il giochino dell’allarmismo finisce, si può essere comunque ripagati con il sarcasmo di cui all’incipit dell’articolo.

Sabrina Giannini, nell’afflato difensivo del proprio operato, inizia dapprima pestando qualche mina con l’amico personale Marco Pasti, membro anch’egli, come me, del Gruppo SeTA, ovvero quelle Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura cui aderiscono decine di docenti, ricercatori e tecnici dal bagaglio professionale di altissimo profilo. A Marco la conduttrice chiede come si comporterebbe se ad ammalarsi di cancro fosse qualche suo parente. Domanda vuota del benché minimo senso, perché parte dal presupposto altrettanto vuoto che sia stato appunto glifosate, in modo certo, a causare quel cancro. Questo oggi. Con lo stesso approccio, infatti, potrebbe essere domani una qualsiasi altra cosa: il 5G, una crema spalmabile, le protezioni anti-UV, i vaccini e perfino quelle chemioterapie che i tumori, appunto, combattono. Non soddisfatta di ciò, Sabrina Giannini chiede a Marco Pasti per chi lavori, cioè l’eterno “Chi ti paga?” usato da chi stia annaspando in un confronto impari. La soglia della comicità si supera però quando la conduttrice dice a Marco Pasti “Certo, se tu fossi un agricoltore… o chi vive in campagna”. Perché Marco Pasti non solo ci vive davvero in campagna, ma ci lavora proprio come agricoltore. Ed ecco perché non hanno chiamato lui a valutare glifosate, domanda che in modo sarcastico Sabrina Giannini gli pone, esortandolo peraltro a una non meglio precisata onestà intellettuale. Ognuno deve fare il proprio mestiere, infatti, e Marco fa splendidamente il suo di produttore di cibo. Magari si potesse dire altrettanto di molti miei colleghi giornalisti ai quali, sì, andrebbero mossi frequenti richiami a una maggiore onestà intellettuale.

Poi arriva anche a me e al contatto che mi ha taggato la nostra buona dose di sfottò, con un commento a noi dedicato: "i signori [omissis] e Donatello Sandroni sanno più dell'Agenzia per la ricerca sul cancro, cioè il meglio dell'epidemiologia mondiale. Complimenti, com'è che nessuno ne è al corrente?". Ora, la cosa, devo ammettere, più che indispettirmi mi onora. Una giornalista di una rete pubblica, conduttrice di una trasmissione molto seguita, che inconsapevole dell’errore che sta commettendo attacca me: un collega che opera purtroppo per lei come divulgatore scientifico, scrivendo per lo più su testate di stampa specializzata e ferrato, guarda caso, soprattutto su glifosate. Uno che peraltro se lo può permettere di scrivere ciò che scrive, grazie a una laurea in Scienze Agrarie, un dottorato in ecotossicologia (“Chimica, biochimica ed ecologia degli antiparassitari”) e trent’anni di esperienza nello specifico mondo dei prodotti per la difesa delle piante. Che dire quindi? Una tale nomination da parte di Sabrina Giannini è ai miei occhi una medaglia fra le più preziose in una carriera intrapresa quasi involontariamente, più per passione che per necessità. Una carriera, sarà bene ricordarlo, in cui la mia credibilità si è consolidata studiando per la metà del tempo e scrivendo solo nell’altra metà. Cosa purtroppo divenuta ormai bizzarra, studiare prima di scrivere. Tanto bizzarra che a farla pare ormai siano rimasti pochi colleghi giornalisti, essendo spesso interessati i più a sparare “pezzoni choc” che a capirne il senso.

Io invece studio. Tanto. E mattoni pesanti: roba tipo i report periodici di EFSA, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, la quale dopo ponderose valutazioni ha stabilito contrariamente a IARC che glifosate non è da considerarsi un potenziale cancerogeno per l’Uomo, a dispetto delle millantate migliaia di pubblicazioni scientifiche che affermerebbero il contrario. Una conclusione positiva sull’erbicida cui sono giunte anche l’Agenzia europea per la chimica (ECHA), l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BFR), le autorità svizzere (FSVO) e francesi (ANSES), ma anche le statunitensi Environmental Protection agency (EPA) e National Toxicology Program (NTP). A queste si sono aggiunte le Autorità sanitarie canadesi (Health Canada), quelle australiane (APVMA), neozelandesi (Environmental Protection Authority), brasiliane (ANVISA), giapponesi (Food Safety Commission of Japan) e perfino coreane (Rural Development Administration). Non mancano infine all’appello nemmeno le conclusioni contrarie a quelle della IARC prodotte dal lavoro congiunto di scienziati FAO e OMS. Nemmeno per l’Organizzazione mondiale della Sanità in quanto tale, infatti, glifosate sarebbe un “probabile cancerogeno”. Già, l’OMS: quella di cui IARC è solo una costola. (Rif. bibliografici da 1 a 11)

[nda: IARC è IARC. Non è l’OMS, come spesso i giornalisti generalisti hanno erroneamente riportato, talvolta giocando pure sull’equivoco].

Una IARC che spende circa il 90% del suo budget per fare cose meravigliose, come progetti globali, indagini e via discorrendo. Una IARC di cui, a sua volta, è costola nella costola quel gruppo che a Lione produce monografie sulle molecole, tipo appunto glifosate, classificandole in base al concetto di “pericolo potenziale intrinseco” e non di “rischio reale per l’uomo”, come invece fanno tutte le autorità sopra riportate. Non a caso nel gruppo di “probabili cancerogeni” della IARC insieme a glifosate ci sono pure l’acqua calda sopra i 65°C e le bistecche, tanto per dire. Le salsicce e le bevande alcoliche no: quelle sono nel gruppo superiore. Quel gruppo 1 dei “sicuramente cancerogeni” in cui al fianco di benzene, amianto e radiazioni ionizzanti si trovano per esempio le carni lavorate, gli insaccati per dirla semplice, nonché quel bicchier di vino di cui è difficile privarsi durante una buona cena sebbene contenga alcol, un sicuramente cancerogeno anch’esso. Quindi, prendendo ottusamente per oro colato tali classificazioni dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, un tagliere di salumi misti, accompagnato da un paio di bicchieri di rosso, sarebbe da considerare molto più cancerogeno e pericoloso di glifosate, specialmente se accompagnato da un ricco cesto di gnocco fritto. Ognuno tragga quindi le proprie conclusioni circa i pesi e le misure che andrebbero adottati parlando di cancro e malattie altrettanto terribili.

In sostanza, per come è stato concepito e strutturato, il sistema di classificazione per gruppi adottato dalla IARC è del tutto inutile sia per emettere sentenze in tribunale, sia per elaborare una stima dei rischi per l’Uomo. Per realizzare questa vi è infatti bisogno di ben altro che le monografie IARC, le quali a tossicologi, epidemiologi e valutatori dei rischi servono più o meno quanto dei doposci a un subacqueo. Quindi, Giannini, suvvia: va bene che risulta laureata in psicologia e di chimica e tossicologia ha diritto di essere digiuna – e La perdono, perché tutti siamo ignoranti a seconda del tema trattato – ma almeno le basi Le sappia se vuole discutere di temi per i quali, altri sì, sono riconosciuti fra le persone più ferrate e scientificamente preparate, specialmente su glifosate.

Più che un lavoro, il mio, è infatti una scomoda scelta di vita controcorrente, visto l’andazzo anti scientifico che sta ammorbando diversi settori della vita, agricoltura in primis. Non sarò infatti epidemiologo – ha ragione Giannini – ma per competenze, mestiere e passione studio ciò che gli epidemiologi producono e poi do loro voce. Anche perché a differenza di molti commentatori del web, io sono perfettamente in grado di capirlo ciò che essi producono. Un dettaglio che in un mondo normale sarebbe tutto tranne che trascurabile, ma che nella dimensione presente evapora spesso fra sterili contumelie e commenti cretini del tipo “Se ti piace glifosate allora bevitelo!”. Ovvero uno dei più efficaci spartiacque fra esseri pensanti e minus habentens da tastiera i quali, pur utilizzandoli diffusamente, mai si berrebbero prodotti per la cura della casa o della persona, come saponi, candeggina, sturalavandini e deodoranti per le ascelle. E meno male, perché la maggior parte di questi sono tossicologicamente molto peggio di glifosate.

Comprendo quindi bene che nel mainstream del tutto è tossico, tutto è veleno, le multinazionali ci ammazzano per il profitto, quelli come me o come l’amico Marco Pasti diano soverchio fastidio. Lo so, è dura vedere disturbare il coro del “Moriremo tutti!1!!1!! (ma il biologico ci salverà)” da qualche tizio che spieghi coi numeri che cibo e acque sono sicuri. Uno che spieghi, sempre con dati ufficiali, che la tossicologia non è dalla parte degli allarmisti di professione, ma dalla propria, umile divulgatore tecnico-scientifico di settore. Uno che grazie alle competenze specifiche che si è costruito nel tempo, si diletta a smontare articoli, servizi e pubblicazioni pseudo-scientifiche che vengano rilanciate in tv o sul web, magari con la tipica arroganza di chi nulla capisce delle differenze che intercorrono fra test in vitro, in vivo e studi di coorte. L’importante, ormai, pare sia infatti divenuto condividere compulsivamente link ad articoli di cui forse si è letto solo il titolo: ieri contro gli OGM, oggi contro glifosate, domani contro i neonicotinoidi e dopodomani sui fungicidi usati per produrre il Prosecco. E quindi via, si riparte. Quelle pubblicazioni le si analizza per ciò che c’è e anche per ciò che manca. Poi, e solo poi, si scrive, provocando come massima reazione le accuse di non essere attendibili. Perché? Perché sui giornali dove si pubblicano i propri pezzi ci sono i banner delle multinazionali della chimica agraria. E chi vorrebbero ci fosse su siti che parlano di fitoiatria? Produttori di dadi per il brodo? Del resto, testate che non ricevono contributi pubblici e che non possono contare nemmeno su un canone come quello Rai, in qualche modo gli stipendi li devono pur pagare. E meno male che lo fanno, altrimenti non esisterebbe più alcuna fonte riequilibratrice della disinformazione che sempre più spesso viene diffusa sull’agricoltura dalla stampa generalista. Una stampa generalista che spesso rincorre, lei sì, i propri economici interessi legati allo share e ai propri profumati contratti annuali, salvo spacciarsi per paladina dei cittadini agitando streghe che il più delle volte vengono messe al rogo del tutto ingiustamente.

Purtroppo per siffatti soggetti, però, tali commenti sui banner delle “odiate multinazionali” pare siano il massimo che sanno produrre, perché nulla emerge dalle loro contumelie che si cali nel metodo e nel merito di ciò che è stato scritto, confinandosi autonomamente nell’ormai spassoso “ki ti paga?”.

Trovo quindi surreale essere attaccato da una persona che contesta me, stimato/odiato professionista del settore, facendo sterile sarcasmo sul mio non-essere epidemiologo, salvo scrivere da laureata in psicologia un libro su (cito da recensione su Facebook, debitamente catturata a schermo): “Dall’inganno delle «dosi accettabili» allo scandalo dei fanghi di depurazione, dai pesticidi che fanno strage di api ai semi ibridi che minacciano la biodiversità”.

Quindi pare semmai Lei, cara Giannini, a porsi in contrasto con quanto comunemente accettato dalla tossicologia mondiale, quella che appunto ha fissato quelle “dosi accettabili” da Lei incredibilmente definite ingannevoli. Poi, non contenta, cavalca pure il frusto tormentone dei pesticidi che farebbero strage di api, tema sul quale anche in questo caso mi chiedo che competenze Lei abbia per stabilire cosa ci sia di vero e cosa no, perché perfino alcune associazioni ambientaliste come Sierra Club stanno attenuando i toni sull’argomento. E a tal proposito, Giannini, Le do io qualche notizia che agli occhi di chiunque apparirebbe ghiotta: gli usi di “pesticidi” in Italia si sono ridotti di quasi un terzo negli ultimi trent’anni, migliorando anche in modo fenomenale le classificazioni tossicologiche rispetto al passato grazie a un solerte lavoro sia di ricerca (ah… le odiate multinazionali…), sia di normativa (ah… le odiate Autorità europee…). Grazie infatti al processo continuo di Revisione Europea sette molecole su dieci impiegate fino ai primi Anni 90 oggi non vengono usate più. I soli insetticidi sono dimezzati in tonnellate dal 2000 a oggi, continuando nonostante ciò a essere additati come fonte di molteplici Armageddon sanitari e ambientali. Infine, giusto per dare una corretta dimensione alla fola dell’”abuso di pesticidi”, per dare a Lei il cibo che consuma in un anno, tutti gli agricoltori italiani messi insieme, da Bressanone a Ragusa, impiegano un solo chilo di sostanze attive. Si faccia quindi una manata di conti su quante sostanze adopera Lei all’anno, a vario titolo, per tenere in ordine se stessa e la Sua casa, poi magari ne riparliamo. Io l’ho fatto questo conto e sono rimasto basito.

Visti tutti questi trend al miglioramento nel settore dei prodotti fitosanitari, vi è quindi da chiedersi le reali ragioni per cui trasmissioni come la Sua insistano nel presentare tali prodotti come fosse un’emergenza dirompente, quando invece non lo sono affatto, venendo comunque presentati come pericoli incombenti oggi in chiave acque, domani sulla salute, dopodomani sulle api. Api che continuano peraltro ad avere tutti i loro problemi nonostante il bando dei neonicotinoidi. Quindi prima o poi qualche domanda ce la si dovrà porre. E qualche responsabilità andrà finalmente rinfacciata pure a chi abbia contribuito con le proprie comunicazioni fuorvianti ad allontanare l’attenzione dalle vere cause del problema.

Pur comprendendo bene le scelte editoriali della Sua trasmissione e di quelle similari, cara Giannini, non posso quindi tacere in caso venga creata inquietudine tramite delle non-notizie come quelle dei residui, legali e sicuri, di glifosate nella pasta. Il tutto, a danno proprio del cittadino comune, per lo più incapace di discernere il falso dal vero e le infinite sfumature intermedie. Io, per scrivere il mio di libro, “Orco Glifosato”, mi sono preso due anni di tempo. Oltre alla monografia IARC - e agli studi su cui si basa - mi sono studiato più di mille e 500 pagine di report, ricerche, dossier, nonché le posizioni ufficiali di tutte le Autorità sopra riportate (bugia: quella giapponese che ho trovato era scritta in ideogrammi e mi sono arreso, limitandomi all’abstract in inglese). Mi sono pure confrontato con qualche tossicologo di fama internazionale che opera da anni anche in seno all’OMS, soprattutto in tema “pesticidi”. Infine, mi sono dilettato ad approfondire le maleolenti ombre che gravano su quella monografia 112, visti gli strani insabbiamenti operati ai danni di studi favorevoli a glifosate, come pure le modifiche peggiorative dell’ultimo secondo apportate ai testi della monografia stessa. Modifiche rimaste inspiegate nonostante le richieste ufficiali di chiarimento, a dimostrazione che l’indipendenza è nulla senza la doverosa trasparenza. Per non parlare delle ingerenze nel gruppo di lavoro IARC di un consulente dello studio legale che per primo preparò la causa contro Monsanto. Consulente che, inspiegabilmente, riuscì a diventare Presidente proprio del gruppo di lavoro che doveva valutare glifosate. E questo per Lei sarebbe “il meglio dell'epidemiologia mondiale”? La invito seriamente a rivedere le Sue posizioni in tal senso, perché quella monografia è ormai acclarato essere un documento indegno di una struttura legata all’OMS. Un documento che andrebbe ritirato e rifatto da capo, magari senza intromissioni indebite da qualsivoglia parte.

Gli unici a trarre vantaggio da quella monografia sono stati infatti gli studi legali che hanno intrapreso contro Monsanto una serie infinita di “predatory litigation”, odiosa e spregiudicata involuzione delle ben più nobili class action dei primordi. Studi legali che in America possono diffondere sui media inserzioni pubblicitarie alla caccia di malati di tumore, promettendo indennizzi da favola se si uniscono all’azione legale. Poi vincono, incredibilmente. Vincono grazie proprio a quella monografia 112 e agli analfabeti funzionali che tali sentenze credono siano la prova che glifosate provochi il cancro, dimostrando in un colpo solo di capir nulla sia di glifosate, sia di processi americani, con tutti i danni che ne conseguono, economici e sociali.

Quando e se vorrà, Giannini, glieLe potrò quindi raccontare io amichevolmente tutte le summenzionate “zone d’ombra” in cui ha operato quel gruppetto di Lione, il quale di imbarazzi con la propria deprecabile monografia ne ha causati tanti, sia nella IARC, sia nell’OMS. Sa, credo ancora che un/a giornalista serio/a debba cercare la notizia dove c’è, anziché costruirla dove non c’è. Ma io, come detto, sono un giornalista specializzato, tecnico, scientifico. Uno che parte dai dati e che ai dati sempre è chiamato a tornare. Non vengo infatti misurato né pagato in base ai click o allo share che produco, bensì in base ai contenuti di ciò che pubblico. Contenuti ovviamente sempre verificabili ed eventualmente smentibili se per caso si rivelassero erronei. E io non ho mai dovuto correggere un mio articolo né tanto meno spubblicarlo, nonostante i continui assalti portati sia agli articoli, sia alla mia persona.

Un divario operativo e metodologico che ritengo purtroppo incolmabile fra quelli come me e quelli che operano secondo le (il)logiche del contatto col grande pubblico. E forse è proprio per questo che le cose vanno sempre peggio su molteplici fronti.

Quindi, cara Giannini, continui pure a produrre le Sue puntate sui millemila veleni che dall’agricoltura giungerebbero nei piatti degli italiani. Io la saluto cordialmente con il seguente grafico: è la raffigurazione dei morti globali per carestia, media per decennio, su centomila abitanti. Guardi gli Anni 60, quelli in cui entrambi siamo nati. Fatto? Ecco, oggi le morti per carestie sono calate del 99% rispetto a quando noi due emettevamo i primi vagiti.

Un dato di cui possono andare orgogliosi proprio quelli come me, come Marco Pasti, come i colleghi di SeTA e come tutti coloro che sanno bene a cosa vada attribuito un tale miracolo agroalimentare. I giornalisti come Lei, Giannini, pare siano invece troppo occupati ad attaccare noi e il nostro lavoro per rendersi conto che se siete nati e siete vissuti nell’agio dei tre pasti al giorno è soprattutto per merito di quelli come me, come noi, i quali un grave errore l’hanno sì commesso: dare da mangiare a tutti, seguendo affannosamente la crescente domanda di cibo, senza imporre mai la preghierina prima dei pasti. Al Signore? No, io sono pure ateo. A giganti come Norman Borlaug, Nazareno Strampelli, Fritz Haber e Carl Bosch e a tutto l’esercito di scienziati, tecnici e agricoltori che quel cibo hanno reso possibile e che oggi producono e consegnano a dispetto degli insulti e delle demonizzazioni che ricevono. Cioè quelli che invece di essere ringraziati per quello che fanno vengono dipinti da trasmissioni come la Sua quasi fossero somministratori a tradimento di veleni. Un’ingiustizia di una gravità immensa che merita documentate contro argomentazioni. Contro argomentazioni che ovviamente non troveranno mai spazio in prime-time. Si dice così no? Sa, Giannini, oltre a non essere un epidemiologo in senso stretto capisco poco anche di terminologia televisiva…

Riferimenti bibliografici

1) Efsa:

http://www.Efsa.europa.eu/sites/default/files/scientific_output/files/main_documents/4302.pdf

2) Efsa:

http://www.Efsa.europa.eu/sites/default/files/corporate_publications/files/Efsaexplainsglyphosate151112en_1.pdf

3) Jose V. Tarazona et Al. (2017): "Glyphosate toxicity and carcinogenicity: a review of the scientific basis of the European Union assessment and its differences with IARC". Arch Toxicol. 2017; 91(8): 2723–2743. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5515989/

4) Bfr: http://www.bfr.bund.de/cm/349/does–glyphosate–cause–cancer.pdf

5) EPA: https://www.federalregister.gov/documents/2013/05/01/2013–10316/glyphosate–pesticide–tolerances e EPA’s Office of Pesticide Programs September 12, 2016 "Glyphosate Issue Paper: Evaluation of Carcinogenic Potential"

6) Oms e Fao: http://www.who.int/foodsafety/jmprsummary2016.pdf?ua=1

7) Echa: https://echa.europa.eu/–/glyphosate–not–classified–as–a–carcinogen–by–echa.

8) Posizione Autorità australiane: Australian Pesticides and Veterinary Medicines Authority: "Regulatory position: consideration of the evidence for a formal reconsideration of glyphosate". Settembre 2016

9) Posizione Autorità neozelandesi: Review of the Evidence Relating to Glyphosate and Carcinogenicity. Environmental Protection Authority, agosto 2016

10) Posizione delle Autorità canadesi (Pest Management Regulatory Agency): Re-evaluation Decision RVD2017-01, Glyphosate. 28 April 2017

11) Posizione Ufficio federale dell’Agricoltura elvetico rispetto a glifosate: report del 4 ottobre 2017

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-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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