INTERROGAZIONE TERZONI, M5S CAMERA, SU ORDIGNI INESPLOSI NEI FONDALI MARINI

Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-09919 presentato da TERZONI Patrizia, M5S, martedì 21 luglio 2015, seduta n. 466 per sapere  se il Governo sia in grado di rassicurare sul fatto che l'utilizzo delle tecniche di prospezione dei fondali marini, tra le quali quella dell’air gun, possa non risultare pericoloso per l'ecosistema marino e per l'incolumità degli operatori nel momento in cui vengono condotti in aree in cui è accertata la presenza di ordigni inesplosi

  TERZONI, BENEDETTI, L'ABBATE, SPESSOTTO, BUSINAROLO, COLLETTI, DE LORENZIS, CECCONI, VACCA, MICILLO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MANNINO, ZOLEZZI e VIGNAROLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   un recente libro-inchiesta pubblicato del giornalista dell’Espresso Gianluca Di Feo intitolato «Veleni di Stato» (Rizzoli 2009), sulla base di documenti tedeschi, inglesi, americani ha sollevato il tema della presenza invisibile ma reale sul territorio italiano della preoccupante eredità dell'enorme arsenale chimico bellico creato dal regime fascista ed occultato dai tedeschi e di quello disperso dalle forze alleate durante l'ultima guerra (http://espresso.repubblica.it);
   la zona adriatica a cavallo della linea gotica, è indicata come uno dei luoghi significativi in cui ciò è avvenuto, insieme alle coste pugliesi, al golfo di Napoli, al Lago Maggiore, alla Lombardia, al Lazio;
   tre vagoni di testate chimiche, corrispondenti a 84 mila litri di arsenico, arrivarono a Pesaro e vennero svuotati di notte in mare. Stessa sorte seguirono 4.300 grandi bombe C500T contenenti iprite, il famoso gas tossico e vescicante, per un totale di 1.316 tonnellate, oltre un milione di litri, che entro il 10 agosto 1944 vennero caricate su barconi, e gettate al largo. Pochi anni dopo la fine della guerra, in una interrogazione parlamentare del 20 novembre 1951 (http://legislature.camera.it) il sottosegretario alla Marina mercantile Ferdinando Tambroni, rispondendo ad una interrogazione parlamentare dell'Onorevole Enzo Capalozza (sindaco di Fano nel 1944, deputato poi senatore del Pci nel dopoguerra, giudice della Corte costituzionale) avente ad oggetto «Rastrellamento di bombe all'iprite nel tratto dell'Adriatico tra Ancona e Pesaro», rispondeva in maniera dettagliata, riconoscendo l'esistenza di un pericolo ancora presente, citando «gli infortuni dei pescatori locali per contaminazione da aggressivo chimico», riportando le coordinate geografiche della «zona in cui le bombe ad iprite sarebbero state affondate»: quattro punti geografici ubicati in mare, di fronte al porto di Cattolica, a Casteldimezzo ed a Fosso Sejore (tra Pesaro e Fano), a distanze variabili tra uno e tre miglia dalla riva, e due punti sulla terraferma – probabilmente un errore di trascrizione – nei comuni di Cattolica e San Giovanni in Marignano. L'inchiesta ufficiale del 1951 lasciava aperti molti interrogativi e non risultano infatti attuate successive campagne militari di indagini e ancora oggi prive di risposte esaurienti: molti ordigni sono stati rinvenuti nel dopoguerra, ma non si sa precisamente dove e quanti siano oggi gli involucri d'acciaio sepolti da fango e sabbia sui fondali, se possano essere recuperabili, se con il tempo potranno corrodersi rilasciando sostanze tossiche, né si sa – ove ciò avvenisse – quali conseguenze potrebbero avere per l'ambiente, per la salute dei cittadini, per l'economia turistica;
   anche Legambiente in passato ha lanciato l'allarme con il dossier «Armi chimiche: Un'eredità ancora pericolosa» (2012) ricordando che «sono migliaia le bomblets, piccoli ordigni derivanti dall'apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo. Questi arsenali, prodotti dall'industria bellica italiana dagli anni 20 fino alla seconda guerra mondiale e coperti per anni dal Segreto di Stato, continuano a rilasciare pericolose sostanze tossiche che da più di ottant'anni causano gravi danni all'ecosistema della Penisola e alla salute delle popolazioni locali»;
   sarebbero 24 le zone di affondamento degli ordigni abbandonati da velivoli dell'Alleanza atlantica nel mare Adriatico di ritorno dai bombardamenti in Kosovo nel 1999. E prima ancora in Bosnia Herzegovina nel 1994-95;
   ad attestare la presenza di ordigni, all'uranio impoverito e non, sono le mappe e le coordinate della Nato, nonché i dati secretati dalla Marina militare che sono stati svelati da «LEFT» nel 2007;
   il 22 settembre 2004, in un'interrogazione parlamentare del senatore Ds Franco Danieli al Presidente del Consiglio dei ministri, si menziona la presenza in Adriatico oltre che di «residuati chimici della seconda guerra mondiale di produzione Usa», proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925, soprattutto di «bombe a grappolo del tipo blu 27 e proiettili all'uranio impoverito»;
   il 25 maggio 1999, la poco nota deliberazione 239 del consiglio regionale delle Marche prendeva atto che «in questo ultimo periodo è continuato lo sganciamento di bombe da parte di aerei Nato nell'Adriatico, anche a ridosso della costa marchigiana»;
   già allora l'assise regionale considerava «il grave danno arrecato all'ecosistema marino» e paventava «il pericolo di esplosioni a danno dei lavoratori della pesca»;
   nella seduta n. 625 del 28 maggio 1999 il sottosegretario per la difesa Brutti dichiarava che «sin dall'avvio delle operazioni militari nei Balcani, le autorità militari dell'Alleanza avevano individuato alcune zone di mare in acque internazionali per consentire ai velivoli di sganciare, in un quadro di procedure di sicurezza, i carichi esterni dei velivoli, in particolare le bombe, qualora i velivoli stessi si fossero venuti a trovare in condizioni di avaria, di emergenza. Queste aree sono denominate jettison areas» ed elencava le aree «ufficiali» di sgancio;
   nel 2013 Luigi Alcaro, responsabile del servizio emergenze ambientali in mare per l'ISPRA e grande conoscitore dei segreti che i fondali marini custodiscono, e in particolare della situazione del mare Adriatico, grazie agli studi compiuti proprio per l'ISPRA, in una intervista rilasciata alla testata online Ambiente&ambiente dichiarò che «gli studi bibliografici, le interviste agli operatori della pesca e le indagini condotte in alcune aree pilota hanno permesso di evidenziare come la presenza di armi chimiche nei mari italiani sia accertata con particolare riferimento al basso Adriatico. Osservazioni dirette da parte di ISPRA sono state eseguite in un'area pilota distante 35 miglia nautiche a largo di Molfetta dove sono state osservate bombe d'aereo corrose contenenti iprite, un composto vescicante prodotto e stoccato anche durante la seconda guerra mondiale. La presenza di questo inquinante è certa perché le analisi di laboratorio di campioni di sedimento prelevati nelle vicinanze degli ordigni hanno rilevato la presenza di prodotti di degradazione dell'iprite». Nella stessa intervista Alcaro evidenzia come la mappatura delle aree di affondamento realizzata da ISPRA abbia rilevato aree molteplici, la cui estensione e consistenza sono incerte a causa della frammentazione dei dati disponibili;
   ora quelle stesse aree, interessate dalla presenza di ordigni risalenti alla seconda guerra mondiale e alle più recenti guerre in Bosnia e Kosovo, sono coinvolte da permessi di prospezione d 1 B.P-.SP e d 1 F.P-.SP, localizzati appunto nell'Adriatico centrale e nell'Adriatico meridionale che verranno condotti anche con l'esecuzione di rilievi geofisici mediante sismica a riflessioni con la tecnica dell’air gun –:
   se il Governo sia in grado di confermare e dettagliare le aree interessate dalla presenza degli ordigni come riportato in premessa;
   se il Governo sia in grado di rassicurare sul fatto che l'utilizzo delle tecniche di prospezione dei fondali marini, tra le quali quella dell’air gun, possa non risultare pericoloso per l'ecosistema marino e per l'incolumità degli operatori nel momento in cui vengono condotti in aree in cui è accertata la presenza di ordigni inesplosi;
   se nella predisposizione dei documenti necessari ad ottenere la valutazione di impatto ambientale i proponenti delle operazioni di prospezione abbiano preso in considerazione questo aspetto, ossia la presenza degli ordigni e le eventuali conseguenze;
   se, nel caso in cui questo non sia avvenuto e se non sia possibile accertare l'assenza di ordigni nelle aree interessate dalle operazioni di prospezioni, non ritengano di dover procedere con la sospensione dei permessi fino a quando non sarà prodotta una cartografia dettagliata di queste aree in grado di escludere la sovrapposizione delle aree di rilascio degli ordigni con quelle di ricerca dei depositi di idrocarburi;
   se non ritengano di dover promuovere in maniera propedeutica alle attività di prospezione e coltivazione dei giacimenti petroliferi un'azione di bonifica della aree in cui venisse accertata la presenza degli ordigni inesplosi. (4-09919)

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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