RAZZANTE: ITALIA A UN BIVIO TRA CINA O UE? LA POSTA IN GIOCO E’ ALTA: L’OCCIDENTE COME LO CONOSCIAMO

Gli attacchi politici e le schermaglie tra intelligence sono iniziati, come prevedibile, tra Usa e Cina. Ieri le agenzie hanno battuto le notizie del New York Times, tutte da verificare (e non spetta certo a chi scrive), di diffusione di false informazioni, accuse di spionaggio, addirittura comportamenti dolosi pre-pandemici, spiega ad AGRICOLAE Ranieri Razzante.

Ma in Italia, mentre si naviga a vista, dobbiamo rammentare forse lo scenario che questo momento storico consegna ai nostri occhi, ed alle ponderate riflessioni. Senza indulgere, giammai, a tentazioni complottistiche o partigiane che gli studiosi, quantomeno a mio avviso, non dovrebbero mai avere.

Tutti ricordiamo che nel 2013 il Governo cinese ha adottato quella strategia di sviluppo globale nota con l’acronimo “BRI”, ovvero “Belt and Road Initiative”, che prevede sviluppo delle infrastrutture e investimenti in circa 70 paesi e organizzazioni internazionali in Asia, Europa e Africa. Questa strategia prevede anche una parte più strettamente “economica” nonchè, diciamo così, culturale, laddove si legge nero su bianco che toccherà Istituzioni finanziarie e di ricerca: la “Asian Infrastructure Investment Bank” (AIIB), il “Fondo della Via della Seta”, la “Alleanza delle Università della Via della Seta”, etc…

Questa iniziativa, ovviamente, non è scampata ad accuse di varia natura e gravità. Quella più pesante è stata di neocolonialismo. Tale accusa è basata su una pratica cinese per finanziare i progetti infrastrutturali che va sotto il nome di “Debt-trap diplomacy”. Questa espressione, in sintesi, si riferisce al fatto che la Cina, intenzionalmente, estenderebbe credito eccessivo ad un paese già debitore allo scopo di ottenere concessioni politiche ed economiche da tale paese.

Nel marzo 2019, l’Italia diventa membro ufficiale della “Belt and Road Initiative”, anzi è il primo paese del G-7 ad unirsi alla piattaforma.

Già dal 2019, quindi, l’Italia costituisce uno dei più importanti paesi per gli interessi geoeconomici della Cina in Europa. Questo perché l’Italia è fonte di risorse strategiche nelle industrie avanzate e tradizionali, nei marchi e le tecnologie riconosciute a livello globale, ma soprattutto occupa una posizione geografica vitale all’interno della “Via della Seta marittima del XXI secolo”, che è parte integrante del più ampio progetto della “Belt and Road Initiative”.

Poter accedere alle infrastrutture portuali italiane è una manna per la Cina (ma per chiunque!), poiché essa cerca da tempo di allargare le sue rotte commerciali dal Mediterraneo al nord Europa.

Con l’inclusione dell’Italia nella BRI, la Cina è diventata la terza maggiore economia in Europa con il 15% del PIL dell’Eurozona, traguardo importante e simbolico per le ambizioni cinesi in Europa e nel mondo.

Il progetto BRI, siglato tra Roma e Pechino, riguarda 50 accordi in aree economiche, culturali e infrastrutturali. Tuttavia, l’attesa propulsione economica non si è ancora realizzata, mentre l’avvicinamento a Pechino ha suscitato non poche critiche da parte dell’UE e degli USA, oltre che un dibattito interno.

Dai primi anni del 2000, il commercio tra Italia e Cina è passato da 9,6 miliardi di dollari nel 2001 a 49,9 miliardi nel 2019, ovvero si è quintuplicato. Comunque, il deficit commerciale italiano aumenta sempre, raggiungendo i 20,9 miliardi di dollari nel 2019 e le esportazioni in Cina sono diminuite del 6,1% nel 2019.

Gli investimenti diretti esteri cinesi, invece, si sono inoltrati verso l’Europa, avendo l’Italia tra i primi destinatari, dopo Gran Bretagna e Germania.

Tra gli investimenti più importanti c’è stata l’acquisizione del 17% di Pirelli.

Inoltre gli investitori cinesi, tramite la Banca popolare cinese, hanno acquistato azioni per oltre 4 miliardi di dollari in “Intesa Sanpaolo”, “Unicredit”, “Eni”, “Enel”, “Telecom Italia”, “Generali” etc.

 

Con l’arrivo di febbraio 2020, lo scenario economico italiano è cambiato radicalmente. L’Italia, con i suoi 25.085 deceduti per covid-19 (o, meglio, patologie ad esso associate), attraversa la crisi più grave dalla Seconda Guerra mondiale, e sicuramente subirà la recessione peggiore della storia del Paese.

Anche le aziende italiane che godevano di buona salute, adesso corrono il rischio di passare in mani straniere. Già la precedente crisi dell’Eurozona aveva rappresentato un’opporunità: la Cina aveva acquisito società italiane e i suoi investimenti sono passati da 100 milioni di euro nel 2010 a 7,6 miliardi di euro nel 2015.

Allo stato attuale, e dico un’ovvietà, ci sarebbe bisogno di un programma nazionale serio che, però, si fatica ad ipotizzare, visto il debito di oltre 2,5 trilioni di euro. Anche in ambito europeo non sembra esserci intesa, pure perché ogni singolo Stato è partito da una condizione di solidità diversa e non sembra che ci sia la volontà di fare “sconti” a nessuno.

Tutto ciò posto, si potrebbe prendere in considerazione uno scenario verosimile che nulla concede al complottismo: se in una situazione come quella italiana attuale, arrivassero proposte ingenti di investimento da parte della Cina, in grado di mitigare o, addirittura, risanare la tragedia che l’Italia vive (e che, economicamente, si protrarrà anche nel 2021), cosa faremmo?

Una tale ipotesi è, forse, meno peregrina di quanto possa apparire. Infatti eventuali investimenti cinesi (e non unici) in Italia, in questo momento, costerebbero ovviamente assai meno, con un ritorno (non solo economico) sproporzionato. La Repubblica Popolare potrebbe insediarsi all’interno dell’Europa avendone titolo e utilizzando la posizione strategica dell’Italia.

Uno scenario di questo tipo, tuttavia, aprirebbe problematiche enormi a vari livelli. Basti citare l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e al Patto Atlantico.

Pur non potendolo impedire, l’Unione europea porrebbe in atto ogni tipo di presidio dissuasorio, considerando l’Italia la responsabile della presenza cinese nell’Unione, con tutto ciò che questo comporterebbe per gli altri Stati membri.

Dall’altro lato, sarebbe ben più che comprensibile che l’Alleanza Atlantica si ponesse degli interrogativi sulla lealtà dell’Italia nei suoi confronti e ne porrebbe all’Italia, per ottenere dei rinnovati impegni all’interno di un “blocco” che prevede una serie di vincoli sottoscritti da non pochi anni.

Quindi, una ipotesi come quella avanzata sopra porrebbe l’Italia di fronte ad un bivio: “cinizzarsi” per risolvere almeno parte dei propri problemi economici, o rifiutare l’eventuale offerta cinese per restare nei ranghi e nella palude con le sabbie mobili.

In qualsiasi caso, sarà difficile resistere ad offerte straniere volte ad acquisire aziende italiane strategiche, conquistandosi così anche un posto in prima fila all’interno dell’Europa. Certo mantenendo la golden power o simili precauzioni, laddove accettabili.

Sullo scacchiere internazionale, e in forza degli accordi stipulati con la Cina, quest’ultima sembra essere la candidata “ideale” a fare una mossa del genere.

Forse questo scenario dovrebbe spingere gli altri Stati membri dell’Unione Europea a rinunciare ad una parte di egoismo, se non altro per mero interesse a breve e lungo termine.

La presenza di una Italia “cinizzata” spaventerebbe in primis la stessa Italia, in secundis l’Europa, poi gli USA e la NATO.

La posta in gioco è vitale per la soluzione sanitaria e soprattutto economica sul versante italiano, ma è vitale e a basso costo per modificare gli equilibri geopolitici in Europa, e non solo.

 

Ranieri Razzante

Direttore Centro Ricerca sulla Sicurezza e il Terrorismo

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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