MADE IN ITALY, GRANA PADANO: SIMILARI, SITUAZIONE OLTRE IL LIMITE

“Quando tanti anni fa, noi del Consorzio, lo temevamo, lo gridavamo e abbiamo continuato a sollecitarlo venivamo presi per cassandre pessimistiche. Purtroppo solo ora che i similari e le ‘scimiottature’ ci stanno davvero ‘facendo male’, il mondo economico, istituzionale e politico si accorge dei danni che sta arrecando al Grana Padano e che arrecherà, seppure in modo più sfumato, al Parmigiano Reggiano. Alle due più importanti DOP casearie italiane e del mondo”. Lo scrive, in una lettera aperta rivolta alle Istituzioni e ai media, Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana, il prodotto Dop più consumato del mondo (con 4 milioni e 800 mila forme annue), per denunciare ancora una volta come la commercializzazione incontrollata dei prodotti similari sia sempre più dannosa per il sistema economico nazionale.

“Del resto - prosegue Berni - i ‘copioni’, e la storia lo insegna, si sviluppano e si radicano dove ci sono marchi importanti e diffusi, per rubare spazi che diventino via via più rilevanti. Abbiamo chiesto venisse concesso al Consorzio di vietare ai caseifici produttori di Grana Padano di produrre anche similare e ci è stato negato! Abbiamo chiesto che i numerosi “Gran” che invadono gli scaffali venissero bloccati perché evidenti e, a nostro avviso illecite, evocazioni e ci è stato negato! Abbiamo chiesto l’emanazione di una norma che, come accadde per i panettoni, imponesse a questi copioni di essere ben distinti e distanti dagli scaffali dove si vendono Grana Padano e Parmigiano Reggiano, ma tale norma da noi scritta e suggerita non è mai stata emanata”.

“Solo un debole protocollo di intesa tra il Ministero e la GDO – aggiunge ancora il direttore del Consorzio Grana Padano - siglato ad Expo2015 che di fatto viene attuato in modo sfumato o il più delle volte neppure attuato. Abbiamo chiesto una norma che imponesse distinzione sul pack e sulle tipologie esitate al consumo, l’abbiamo scritta, ma non è stata emanata. Abbiamo chiesto più recentemente che venisse imposto nei menù dei 290.000 punti di ristorazione attivi in Italia di indicare i prodotti usati nelle cucine. Ma nulla!”.

“E tutto questo – spiega Stefano Berni - lo chiedevamo non solo per noi del Consorzio ma soprattutto per i consumatori perché è stato scientificamente certificato che almeno il 50% dei consumi di similare avvengono per confusione. Cioè il consumatore è ingannato. Neppure una delle nostre richieste degli ultimi 15 anni in merito ai similari si è tradotta in regolamenti e disposizioni normative. In assenza delle istituzioni, sull’argomento similari, ora il Consorzio è obbligato ad agire, per quanto la legge consente nelle sue macroscopiche carenze sul tema, lo dovrà fare da solo, e sarà molto meno efficace. Ma lo farà perché i consorziati e i consumatori lo chiedono e lo farà assumendosi anche l’arbitrio, rischioso, di colmare i vuoti della politica. Lo farà perché è doveroso, perché è un atto di lealtà e moralità verso i produttori e verso i consumatori e adotterà tutti i provvedimenti legalmente percorribili”.

“Ma mi chiedo – va a concludere Berni - perché non ci sono le norme che avrebbero evitato la guerra che stiamo combattendo, che ci sta già facendo e ci farà ancora male? E con il nuovo governo, le norme che chiediamo da 15 anni, verranno adottate? E qualora fosse così, e lo speriamo, e si vincesse questa guerra, in quanto di vera e propria guerra si tratta, perché si è arrivati a questo punto e non si è ascoltato chi da anni e anni grida queste cose alle istituzioni e ai media? Era troppo scomodo occuparsi di ciò e spegnere i focolai che qui e là si accendevano, prima che diventasse, com’è diventato, un rogo che sta investendo tutto il sistema?”

“Un bell’esame di coscienza, scusarsi per non aver ascoltato prima e farsi su le maniche tutti insieme, Consorzio, istituzioni e politica in un doveroso atto di trasparenza e lealtà verso il consumatore. Solo questa, adesso che la frittata è stata fatta, è la ricetta possibile. Infine un impegno: chi potrà e dovrà fare e non farà rimanendo reticente o latitante stavolta se ne prenderà tutta la responsabilità verso gli allevatori, verso i caseifici e verso i consumatori, ciò non certo per minacciare, non serve, ma per “dare a Cesare quel che è di Cesare”, in quanto solo facendo ognuno la sua parte, per quel che gli compete e per le responsabilità che ha nel comparto, nella politica e nelle istituzioni, si potrà arginare quella che si sta presentando come un’epocale esondazione, da tempo annunciata”.




                        

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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