RAZZANTE: PER IL SIGNOR SAVIANO SIAMO TUTTI PROFESSIONISTI E, DUNQUE, POTENZIALMENTE MAFIOSI. MA NON FUNZIONA COSI

Siamo tutti professionisti. E quindi potenziali mafiosi. Lo studioso e tuttologo Roberto Saviano ha deciso così. Chi scrive studia i fenomeni mafiosi per davvero, senza proclami e senza ideologie. E sento il bisogno allora di spiegare al signor Saviano (non mi pare abbia altri titoli) alcune particolarità dell’utilizzo di liberi professionisti da parte delle mafie, magari con qualche cenno alla regolamentazione che il nostro ordinamento giuridico ed economico hanno previsto per contrastare gli (eventuali) “contatti” tra associazioni mafiose e mondo delle professioni.

1. Le mafie contemporanee, risparmiando a Saviano la storiografia che presumo (?!) conosca, si caratterizzano per la spiccata “professionalità” delle loro azioni, da quelle più efferate a quelle soft, come la penetrazione dei mercati legali attraverso l’inondazione di ricchezze di provenienza illecita per acquisire potere e consenso;

2. in questo contesto, ci sono vittime e carnefici: le prime sono i cittadini onesti, le regole, le istituzioni, mentre i carnefici sono i mafiosi e coloro che ne assecondano i comportamenti. Tra questi ultimi vedrei senz’altro i “professionisti dell’antimafia”, tra cui un numero consistente di scrittori, giornalisti, politici, magistrati, studiosi (come chi scrive), avvocati e commercialisti (come chi scrive), e tantissimi altri che hanno costruito le loro carriere con la semplice diffusione di patetici, fumosi e opportunistici manifesti contro la mafia e il malaffare. Da questo sottobosco sono nati carrieristi i quali ci stanno noiosamente abituando ad uscite pontificali (e ben retribuite!), approfittando di vetrine compiacenti e di momenti propizi che la quotidianità delle cronache offre loro in modalità gratuita.

3. In questa sua uscita mediatica il signor Saviano, da abile “professionista”, si avventura nella ultronea disquisizione su una materia che non sembra conoscere: ad esempio, quella della normativa antiriciclaggio e sulla responsabilità penale d’impresa, nelle quali è assegnato ai commercialisti (oltre che agli altri liberi professionisti) un ruolo determinante nel contrasto ai white collar crimes (per i meno informati, come Saviano, trattasi dei decreti legislativi 231 del 2001 e 231 del 2007). L’utilizzo consapevole degli strumenti citati ha consentito ad oggi (consiglio la lettura dei report periodici delle Autorità di settore) di rintracciare tantissimi profili di reato, ascrivibili anche alle mafie, grazie alla collaborazione attiva di qualche centinaio di migliaia di italiani appartenenti al mondo delle professioni suddette.

4. La regolamentazione di contrasto al riciclaggio vede il suo fulcro nella attribuzione di precisi doveri ai professionisti della finanza, agli imprenditori ed a una serie di soggetti elencati, per essere precisi, all’articolo 3 della normativa antiriciclaggio. Ciò ha prodotto, nel corso del 2019, circa 120.000 segnalazioni di operazioni sospette, che le Autorità di settore (per i Saviano, trattasi della UIF, della GdF, della DIA e della DNA) hanno trovato essenziali (oltre le 80.000) per il contrasto all’evasione fiscale e al riciclaggio, con innumerevoli indagini portate a termine con condanne e provvedimenti cautelari.

Tutto quanto sinteticamente precede, e che consiglio vivamente di approfondire (su richiesta, volentieri, ne fornirei gli estremi), concorre a delineare un quadro molto meno semplicistico e fuorviante rispetto a quanto il Saviano prospetta, peraltro ai limiti della querela come spesso accade (ma si fa in modo di non far accadere). Una rete di persone per bene, di cittadini onesti, che più spesso subiscono le angherie e i soprusi dei mafiosi, soprattutto in questo periodo, a causa delle notissime colpe di un virus ma, soprattutto, di una classe dirigente che non sa gestirne le terribili conseguenze sul sistema economico e sociale del nostro Paese.

Da tempo ho propugnato una banale semplificazione teorica, che ho riscontrato purtroppo valere nei comportamenti quotidiani di chi è davvero mafioso e di chi non lo è o non vuole esserlo. Ci sono i comportamenti “dei mafiosi”, cioè quelli ormai noti (a chi davvero se ne occupa quotidianamente) che costituiscono reato. Ci sono poi quei comportamenti “mafiosi dei non mafiosi”, cioè di quelle minoranze di cittadini (tra cui, perché no, anche liberi professionisti come chi scrive) che, tentati dai facili guadagni, dal potere, dalla vanagloria, assecondano con la loro volontà commissiva, ovvero omissiva, il compimento di atti, anche solo reati di opinione, che nel nostro Paese stanno diventando quantitativamente più numerosi dei primi che ho elencato.

Da cittadino prima, e da docente universitario poi, mi permetto di suggerire a Roberto Saviano una attenta e più serena valutazione su questi temi.

 

Ranieri Razzante, direttore di www.antiriciclaggiocompliance.it

-RIPRODUZIONE RISERVATA-

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